PUPI
AVATI (3/11/1938,
Bologna) Giuseppe Avati, in arte Pupi, fratello maggiore di
Antonio Avati, sceneggiatore e produttore,. Dopo aver conseguito
la laurea in Scienze Politiche presso l'Università
della sua città, trova lavoro presso una società
di prodotti surgelati, accumulando i soldi necessari (non
molti) per finanziare la sua prima fatica dietro la macchina
da presa, dal titolo: "Balsamus - Lo sguardo di Satana"
risalente al 1969. È un horror di serie B costato pochissimo
e distribuito esclusivamente nei cinema locali. Cinque
anni dopo, dopo aver collaborato alla sceneggiatura di "Salò
e le 120 giornate di Sodoma", l'ultima fatica di Pier
Paolo Pasolini, dirige il suo secondo lungometraggio, dal
titolo "La mazurka del barone, della santa e del fico
fiorone" (1975), seguito da "Bordella", commedia
demenziale che vede interprete tra gli altri anche Christian
De Sica, allora giovanissimo, e dal capolavoro "La casa
dalle finestre che ridono" (1976), un altro horror che
con gli anni è divenuto un vero e proprio film di culto
per il nostro cinema. Avati si sofferma ancora su questo genere,
che sembra proprio adattarsi alla sua personalità,
potendo però disporre di budget superiore e di una
troupe in cui si può notare la presenza, come sceneggiatore,
di Maurizio Costanzo. Nel 1977, per confermare il suo talento
da maestro della suspance e per far dimenticare lo scarso
successo di "Bordella", ci presenta il giallo "Tutti
defunti… tranne i morti" che non convince pienamente
la critica e il pubblico pur essendo di un livello superiore
al precedente lungometraggio. Nel 1983, il regista bolognese
riconquista la sua piena forma con il thriller-horror "Zeder",
giudicato una fra le sue migliori opere. Nel 1984, dopo l'amaro
"Impiegati", è nuovamente alla regia di un
semi capolavoro del cinema italiano, ovvero "Regalo di
Natale", che avrà poi un seguito nel 2004 intitolato
"La rivincita di Natale". Vengono poi i successivi
"Storia di ragazzi e ragazze" (1989), "Bix"
(1991), il thriller "L'amico di infanzia" (1993)
che si segnala per l'ambientazione negli Stati Uniti e per
i valori di produzione hollywoodiani, e l'angosciante horror
"L'arcano incantatore" (1996) con Stefano Dionisi
e Carlo Cecchi. Nel 1997 gira "Il testimone dello sposo"
e nel 1999 "La via degli angeli". Nel 2003 dopo
un periodo di pausa, dirige il sentimentale "Il cuore
altrove" che vede protagonisti il timido Neri Marcorè
e Vanessa Incontrada che interpreta il ruolo di una giovane
ragazza non vedente. Il 2005 è un anno favorevole al
regista, che porta sullo schermo Vittoria Puccini, Paolo Briguglia
e Claudio Santamaria nella commedia romantica "Ma quando
arrivano le ragazze?" e dirige Antonio Albanese, Katia
Ricciarelli e nuovamente Neri Marcorè nel divertente
"La seconda notte di nozze". Nel 2007 è la
volta del garbato "La cena per farli conoscere",
con Diego Abatantuono accompagnato dalle belle Francesca Neri,
Ines Sastre, Vanessa Incontrada e Violante Placido, e "Il
nascondiglio", nuova incursione avatiana nell'horror,
con Laura Morante nella parte di una donna italiana che rileva
un inquietante edificio a Davenport, nello Iowa.
L.
R. : Perche secondo voi
il pubblico ricorda più facilmente "Zeder"
e "La Casa Dalle Finestre che Ridono" e si tende
a dimenticare un ottimo film come "L'Arcano Incantatore"
? Solo perchè è il più recente tra i
tre ? Che ricordi avete di questo film ?
P.
A. : L'arcano incantatore è un film
più culturalemente ambizioso dei due titoli precedenti.
Innanzitutto si trattava di un film ambientato nel 700 e quindi
in costume. Una storia che rievocava un clima culturale tipico
di quel tempo in cui erano diffuse le convinzioni che attraverso
una pseudoscienza, soprattutto di ispirazione alchemica ,si
sarebbe potuto indagare il grande segreto della morte. Il
film è ricco di citazioni che si rifanno ad una vasta
bibliografia alla quale abbiamo attinto.
E' certamente un film estremamente più originale ed
ambizioso degli altri. Quella stessa sterminata biblioteca
fatta di tutti i libri possibili che si occupano della morte
è un contesto così inedito da creare nei cinefili
appassionati del genere (francamente adusi a sapori semplici,
forti, spesso disgustosi) una qualche difficoltà di
approccio.
A.
A. : "L'arcano incantatore" è
stato un film che ci è molto piaciuto fare. Crediamo
che sia un film un po' rimosso dal pubblico e perciò
poco conosciuto soltanto perchè il distributore, nostro
socio di allora, Aurelio De Laurentis, ne ha poi acquisito
la totalità dei diritti non curandosi minimamente di
proporlo alle televisioni (free, pay , etc..), in home video
(non è mai stato fatto un dvd) e all'estero. Del resto
non soltanto per colpa di Aurelio i sette film coprodotti
con la Filmauro, diretti da Pupi e non da Pupi, rappresentano
un periodo della nostra attività di pochissimo successo
escludendo solo "Il testimone dello sposo" che fu
un successo in Italia e all’estero.
L.
R. : Il vostro capolavoro
più famoso però rimane "La Casa Dalle Finestre
che Ridono", diventato un cult del genere. Ancora oggi
a distanza di più di 30 anni è un film che spaventa.
P.
A. : Per quanto riguarda "La casa dalle
finestre che ridono" so che è ancora oggi molto
considerato. Lo stesso Martin Scorsese, nel corso della consegna
del Premio Fellini che gli abbiano conferito due anni fa,
mi citò questo mio titolo. So che il mio cinema nel
tempo si è evoluto, incamminandosi verso la ricerca
dell'essere umano (percorso che ancora sto compiendo) ma,
nel contempo, la considerazione nei riguardi di quel mio film
di una trentina di anni fa non mi infastidisce.
Posso solo ricordare che quando uscì fu accolto da
un dissenso diffuso da parte della critica !
A.
A. : I quarantenni e i cinquantenni di oggi
ricordano "La casa dalle finestre che ridono" come
il film che più li ha spaventati in assoluto. Ciò
dipende principalmente dalla messa in onda che fu fatta su
Rai1 in prima serata in anni in cui praticamente non c'era
quasi alcuna competizione televisiva e il pubblico non si
aspettava di vedere un film così. Il film comunque
in Italia andò bene anche al cinema nonostante fosse
la produzione meno costosa del 1976. Ora il film è
anche distribuito in dvd in USA da un’importante casa
di distribuzione come la Image Enterteiment.
L.
R. : Quando e come è
nato il desiderio di tornare a quel genere Horror che più
vi ha dato soddisfazioni tra la critica e il pubblico (non
solo italiano) ?
P.
A. : Con scadenza più o meno decennale
avviene che ci sentiamo attratti da questo genere altrimenti
così "ripetitivo". E' come tornare ad un
rapporto con il cinema che ci restituisce all'adolescenza,
a quel cinema di genere che abbiano tanto amato, quando ai
film chiedevano solo di darci emozioni forti, niente altro.
L.
R. : Come siete arrivati
a scegliere Giovanni Lombardo Radice e Venantino Venantini
nel cast ? E' un chiaro omaggio agli anni 80 ?
P.
A. : Sia Venantino che Lombardo Radice sono
attori che parlano un inglese fluente, ed è questa
di certo la ragione per la quale nel passato sono stati coinvolti
in molti film di questo genere, destinati ad un mercato non
asfittico come quello Italiano, ma più ampio.
A.
A. : Non volevamo fare nessuno omaggio agli
anni 80 scegliendo Lombardo Radice e Venantino Venantini.
Sono state proposte che ci ha fatto la povera casting Shaila
Rubin e che Pupi ha accettato.

L.
R. : Perchè "Il
Nascondiglio" è stato girato negli USA dopo aver
diretto (e azzeccato) le atmosfere italiane de "La Casa
dalle Finestre che Ridono" e "L'Arcano Incantatore"
? Ed è stato girato in inglese principalmente per sfruttare
il mercato internazionale ?
P.
A. : E' il quarto film che io giro negli Stati
Uniti ed il sesto che Antonio produce nel Mid West americano.
Abbiamo girato a Davemport sia "Dove comincia la notte"
di Maurizio Zaccaro che "La stanza Accanto" di Fabrizio
Laurenti. Lì abbiamo avviato la nostra prima produzione
non italiana con "Bix" (1990) e lì, in quella
terra, in quella vastissima pianura dove si coltiva solo grano,
bagnata dal Mississippi, abbiamo trovato un mondo, una cultura,
un atteggiamento psicologico del tutto sovrapponibile a quello
di cui è intrisa la nostra gente in Emilia. Mi capita
spesso di definire l'Iowa un'Emilia-Romagna dove si parla
inglese.
E' vero quindi che i due contesti sono assolutamente sovrapponibili,
straordinariamennte provinciali, chiusi a bozzolo, asfittici.
Quindi perfetti per una vicenda come quella vissuta da Laura
Morante ne "Il Nascondiglio".
E poi la voglia di tornare di tanto in tanto negli USA, di
andarcene per un po' da quest'Italia che amiamo ma nella quale
sempre meno ci riconosciamo, non è da sottovalutare.
A.
A. : "Il Nascondiglio" è
stato girato in inglese sperando in un mercato internazionale.
Le premesse sono incoraggianti, perchè la società
Visual Factory di Londra ci ha chiesto il film per distribuirlo
in tutto il mondo. Stiamo firmando il contratto.
L.
R. : Avete collaborato
molto spesso con il Maestro Riz Ortolani. Che tipo è
? Com'è stato collaborare con lui in tutti questi anni
?
P.
A. : Riz Ortolani è diventato una colonna
portante della nostra produzione. Dal 1980 ad oggi ha musicato
la gran parte dei nostri film sempre offrendoci un supporto
fondamentale. Avendo io alle spalle una carriera musicale
(anche se risoltasi con un fallimento) il mio dialogo con
lui è diretto ed esplicito. Ci intendiamo senza la
necessità di troppe parole. Lui inoltre può
contare su un'esperienza fatta negli USA (che gli ha dato
l'opportunità di vincere laggiù molti premi
importanti) che distingue il suo modo di accompagnare le sequenze
di una storia da quello dei compositori italiani.
L.
R. : Sembra che negli
ultimi anni il genere Horror sia tornato in voga anche in
Italia, grazie soprattutto a registi giovani, che sempre più
spesso si cimentano in questo "strano" genere. Della
vecchia guardia sono rimasti in pochi, tra cui Dario Argento.
Che ne pensa di quest'ultimo e dei suoi ultimi lavori ?
P.
A. : Dario Argento lo conosco più come
essere umano che come collega. E' una persona estremamente
simpatica e gentile. Ho visto di certo i suoi primi film (ricordo
benissimo "L'uccello dalle pime di cristallo" che
mi spaventò moltissimo), ricordo addirittura che collaborai
con lui, solo per due giorni, alla stesura di quel soggetto
che poi sarebbe diventato "Profondo Rosso". Ma molti
dei suoi film di grandissimo successo non li ho visti. In
realtà io pur frequentando questo genere come autore
non ne sono un fruitore.
A.
A. : Il genere horror non ci sembra che sia
tornato di moda, pareva che ciò fosse accaduto di recente
considerati certi risultati di piccoli films americani e asiatici
usciti negli anni scorsi. Ci sembra che quest’anno si
avverta in Italia una saturazione nel mercato. Di Dario Argento
io ho visto solo alcuni films del passato, non posso quindi
darvi alcun giudizio. Credo comunque che il mestiere lo conosca
molto bene.

L.
R. : A differenza del
genere Horror moderno in cui si prediligono sempre più
il sangue, la violenza e il ritmo frenetico, lei ha voluto
dirigere, ancora una volta, un film che strizza l'occhio agli
Horror tipici degli anni 70 e 80, dove l'atmosfera, la musica,
gli effetti sonori e il plot la facevano da padrone. Lei è
convinto che un film di questo tipo possa, al giorno d'oggi,
ancora "spaventare" e sorprendere lo spettatore
?
P.
A. : Per ragioni che si rifanno soprattutto
ad una responsabilità morale nei riguardi degli spettatori,
non ricorrerò mai all'utilizzo della violenza e quindi
di tutto quell'insieme di compiacimenti tecnologici che celano
sempre una carenza narrativa di fondo. Confido ancora nelle
"atmosfere" nella certezza che i più giovani,
quelli che scelgono, e non solo nel genere gotico, un prodotto
sempre più deprimente, non si tradurranno mai in miei
spettatori. Ma il non annoverarli fra gli spettatori dei miei
film mi inrgoglisce e dovrebbe inorgoglire qualunque autore
responsabile.