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Intervista ad ANTONIO BIDO a cura di Lorenzo Ricciardi e Michele Pastrello

ANTONIO BIDO (08/01/1949, Villa del Conte, Padova) Nel periodo universitario realizza diversi "corti" dove sperimenta l'uso di tecniche e linguaggi nuovi unendo l'arte cinetica a quella cinematografica, tra cui "Moto Perpetuo" e "Capricci" due video clip ante litteram. Sempre nel periodo universitario si cimenta con il lungometraggio indipendente "d'autore", "Dimensioni" e "Alieno da". Inizia l'attività professionale nel 1972 curando la fotografia d'alcuni documentari del regista Giuseppe Ferrara tra cui "La città del malessere", che vince il nastro d'argento. Nel 1973 realizza un medio-metraggio (50'), di cui firma la regia, la sceneggiatura e la fotografia, dal titolo "Ventiquattro mesi". Nel 1975 diviene aiuto regista di Ferrara nel film "Faccia di Spia". Tra il '74 e l' '80 realizza (curando sempre, come in quasi tutti i suoi documentari, regia, sceneggiatura e fotografia) molti altri documentari. Nel 1976 realizza il suo primo film giallo-thriller, "Il gatto dagli occhi di Giada", curando regia e sceneggiatura. Il successo di quest'ultimo lo porta a dirigere e co-sceneggiare un altro giallo-thriller, "Solamente nero". I due film vengono venduti in tutto il mondo, America compresa, e sono diventati dei "cult" presso gli amanti del genere. Tra il 1980 e il 1983 realizzare una trentina di documentari, per poi dirigere l'ironico "Barcamenandoci". Tra il 1986 e il 1987 realizza l'avventuoroso "MAK P 100". Dopo aver diretto la seconda unità (curando le riprese aeree), della serie televisiva "Aquile" di Ninì Salerno, nel 1990 realizza il film avventuroso-fantascienza "Blue Tornado", venduto in quasi tutto il mondo, America compresa, viene tuttora programmato spesso da emittenti nazionali di importanti paesi. Negli anni successivi continua a dedicarsi a documentari e spot pubblicitari.

 

 

L. R. : Prima di arrivare a “Il gatto dagli occhi di Giada” ha lavorato come regista, come sceneggiatore e come direttore della fotografia per documentari, poi ha fatto anche l’aiuto regista per Giuseppe Ferrara. Quanto sono state importanti per lei queste esperienze ?

A. B. : Le esperienze fatte prima de “Il gatto dagli occhi di giada” sono state tutte preziose a cominciare dal primo “filmetto” in 8 mm tratto da “Le avventure di Tom Soywer”. Dura 20 min, sonoro, colore Kodak. Girato all’età di 13/14 anni, con una cinepresa a molla ed obiettivo a fuoco fisso, il film è stato praticamente montato in macchina in quanto non ero in possesso di una moviola. Le uniche giunte sono state fatte per collegare le bobine tra loro. Il film quindi è stato girato rigorosamente in ordine cronologico dall’inizio alla fine. Non avendo studiato alcuna tecnica cinematografica e avendo girato questo film dopo 15 giorni da quando avevo comperato la cinepresa mi stupisco ancora oggi nel vedere che il linguaggio scorre bene e non ci sono evidenti errori grammaticali. Si vede che nelle mie vene invece del sangue scorre la pellicola, oppure come ha detto un critico dopo aver visto “Alieno da”, il mio secondo film sperimentale, può essere che nel mio cervello sia inglobata una cinepresa. Scherzi a parte le esperienze successive dei primi due film sperimentali “Dimensioni” e “Alieno da” sono state determinanti per la mia maturazione di filmaker. Ci tengo ad usare questo termine perché sono sempre stato un filmaker e tuttora mi ritengo tale. Ho investito molto tempo su questi due film, il primo in 8 mm della durata di 1 h 20, il secondo in 16 mm della durata di 1 h 10. Sono stati i primi due lavori con veri attori anche se non professionisti e ho sperimentato e imparato molto per quanto riguarda le tecniche di ripresa, di fotografia e di montaggio. I documentari invece non credo siano stati molto determinanti nella mia formazione così pure l’aiuto regia in “Faccia di spia” : più che altro utile come prima esperienza con una vera troupe professionale. In questo film ho fatto un po’ di tutto, dall’aiuto regista, al fonico, al direttore della fotografia, all’assistenza montaggio ecc. Credo comunque che l’influenza maggiore sul mio modo di fare cinema thriller derivi essenzialmente da “Dimensioni” e “Alieno da”.

L. R. : Il “Gatto dagli occhi di Giada” segna il suo ingresso nel mondo del cinema ufficiale. Come è nata questa possibilità ? Come nacque la sceneggiatura insieme a Vittorio Schiraldi ?

A. B. : Provenendo dal cinema d’autore avevo scelto come primo film di esordio professionale un soggetto molto particolare che avevo scritto assieme ad un amico. Si trattava di una torbida storia d’amore drammatica e violenta. Una storia molto bella ma anche molto difficile e rischiosa dal punto di vista commerciale. Poiché avevo coinvolto un industriale di Padova, padre di un mio amico, nel finanziare il mio primo film, non volevo tradire la sua fiducia facendo un film che avrebbe potuto essere fallimentare al botteghino; decisi così di scegliere la via del thriller perché era l’unico genere che io ritenevo di serie A e inoltre l’unico che mi avrebbe dato la possibilità di esprimere al massimo le mie capacità creative e tecniche di regista. Fare infatti un buon thriller è difficile e bisogna essere padroni del mestiere, conoscere bene la tecnica, la fotografia, il ritmo eccetera. Insomma: per un esordiente una prova molto rischiosa. Parlando con un amico di questa intenzione di realizzare un thriller mi disse che Vittorio Schiraldi aveva un soggetto che poteva essere adatto al mio caso. Mi incontrai con lui, lessi il soggetto e mi piacque molto. Ci mettemmo al lavoro per scrivere la sceneggiatura e nacque così “Il gatto dagli occhi di giada”.

L. R. : Il film nacque con il titolo “Commissione Omicidio”, ma la produzione lo cambiò con un titolo argentiano perché lo voleva più consono ai canoni del tempo. Ma è vero che la produzione cambiò anche alcune cose nella sceneggiatura ? Lei come reagì a questa decisione ?

A. B. : Una volta consegnata la sceneggiatura alla produzione aspettavo con ansia la risposta se fosse piaciuto o meno. Questa attesa durò parecchie settimane finché un giorno mi convocarono e mi diedero il copione: “ecco questa è la sceneggiatura del film, abbiamo fatto fare qualche modifica e abbiamo cambiato il titolo da “Commissione omicidio” a “Il gatto dagli occhi di giada”. Leggila e facci sapere cosa ne pensi. Io reagii molto male a questa cosa, perché mi sembrò un gesto molto scorretto fare una revisione senza essere avvisati; era quantomeno vergognoso non solo nei riguardi miei sebbene fossi un semplice esordiente, ma soprattutto nei riguardi di Vittorio Schiraldi, che aveva già al suo attivo diversi lavori. Dissi al produttore che avrei letto la sceneggiatura e che mi riservavo di accettarla o meno. Preferivo non fare il film piuttosto che accettare un simile sopruso. Dopo averla letta ho dovuto riconoscere che non era stato fatto un brutto lavoro: il film era stato snellito e accorciato e ne aveva guadagnato il ritmo. Quello che non era di mio gradimento era di averlo fatto diventare “argentiano”. La nostra versione era molto più personale. Ero decisamente arrabbiato, ma decisi di lavorare per la buona riuscita del film e non per una ripicca personale, per cui mi incontrai con Schiraldi e cercammo di trovare un compromesso tra la nostra versione e quella proposta dal produttore. Soprattutto sulla parte che riguardava Padova non accettai alcun cambiamento e rimisi pari pari tutta la parte scritta in precedenza. Poi ridiedi la sceneggiatura al produttore e dissi che quella era la sceneggiatura che io avrei realizzato e questo era il massimo del compromesso che avrei potuto accettare. Lui dopo averla letta disse che poteva andar bene e così iniziammo la preparazione del film.

L. R. : La seconda parte del film, dedicata alla sua provincia natale, Padova, è molto suggestiva. Com’è stato girare nella sua terra ? Lei ha sempre dichiarato che questa è la parte del film più personale e amata.

A. B. : Come ho detto la parte di Padova è sicuramente quella più personale e anche a livello di sceneggiatura è quella che più mi appartiene. Le atmosfere che amavo erano quelle che Pupi Avati aveva saputo ricreare in molti suoi film girati nel delta padano e uno dei miei sogni era proprio girare un film ambientato nella laguna (cosa che poi feci con “Solamente Nero”). Girare a Padova è stato emozionante e lo rifarei immediatamente perché è una città bellissima e se la si conosce bene come il sottoscritto ci sono degli angoli ideali che si prestano perfettamente a un’atmosfera thriller. Nel film ho voluto presentare una Padova particolare, desolata quasi spettrale e questo non per una mancanza d’amore verso la mia città che adoro, ma per tirare fuori un’anima nascosta che potesse lasciare un’emozione molto forte nel pubblico.

 

L. R. : La scena che lei ama di più è quella in cui Fernando Cerulli viene ucciso nell’Hotel con la musica di Verdi come sottofondo. E’ un chiaro omaggio a Hitchcock e alla scena di “Psyco” ? Fu difficile da girare ? So che fece più di 30 tagli…

A. B. : La scena della vasca da bagno non fu semplice da girare perché il povero Cerulli è dovuto stare immerso nella vasca da bagno per un’intera giornata e ogni tanto doveva uscire altrimenti gli si squagliava quella poca pelle che aveva. La scena è stata lunga da girare perché non è semplice inventarsi più di 30 tagli in una vasca da bagno. Sotto una doccia è più facile perché abbiamo tutto il corpo dell’attore a disposizione e possiamo fare inquadrature dal basso dall’alto di fianco e insomma da tutte le parti che ci pare, contrariamente in una vasca da bagno si è molto limitati perché il corpo è immerso e si può giocare solo sulla testa, sulla sua faccia, sulle braccia, sulle mani e sui piedi. Probabilmente oggi con mezzi tecnici più idonei (soprattutto con una cinepresa impermeabile) sarebbe stato più facile. Proprio il fatto che la macchina da presa non poteva prendere schizzi mi ha limitato molto su come avrei voluto realizzare questa scena, anche se rimane comunque una delle mie preferite.

L. R. : Con “Solamente Nero” si sposta a Venezia e Murano. E a differenza de “Il Gatto” ha curato anche il soggetto e la sceneggiatura con sua moglie Marisa Andalò. E' un film più personale rispetto al precedente ?

A. B. : "Solamente Nero" è sicuramente più personale de “Il gatto dagli occhi di giada” in quanto ho avuto dalla produzione carta bianca sia sulla sceneggiatura sia sulla scelta degli attori. Ho girato il film dove avevo deciso di girarlo e insomma devo dire che dopo il successo legato al “Gatto” la produzione, che questa volta era la PAC che aveva distribuito “Il gatto dagli occhi di giada”, mi ha trattato veramente con i guanti bianchi. Purtroppo la stessa cosa non si può dire sul comportamento della distribuzione, sempre della stessa PAC, che fece uscire il film in piena estate cercando di ottenere un successo sulla scia del primo film, ma sbagliando completamente il momento di uscita. Il film incassò circa la metà del “gatto” e questo provocò in me una forte delusione dal momento che pensavo che sarebbe successo il contrario. Forse è stata la paura che, facendo un altro giallo, avrei potuto uscire di nuovo in piena estate, che mi fece, tra le varie ragioni, decidere di non continuare su questa strada.

L. R. : La scena più suggestiva del film è forse quella della chiesa in cui Craig Hill, in preda ad una allucinazione, guarda il suo doppio dare l’Eucarestia alle vittime. Come considera questa scena ? A distanza di anni, la rigirerebbe allo stesso modo ?

A. B. : La scena finale del film in cui Craig Hill in preda ad una allucinazione guarda il suo doppio dare l’eucarestia alle vittime, ancora oggi guardandola mi fa venire i brividi: è una scena che amo moltissimo e che girerei esattamente nello stesso modo anche oggi. I giornali parlarono allora di influenze bunueliane e credo proprio che in quella scena ci sia un forte contrasto tra sacro e profano e una surrealtà grottesca tipica del grande regista spagnolo.

 

L. R. : La scena più difficile però sembra essere quella del canale. Come fu girata ? Ci furono problemi durante le riprese ?

A. B. : Sicuramente la scena di più difficile fu quella del canale. Difficile per molti motivi: il primo era di dovere illuminare 200 metri di Canale. Per far questo non ho potuto girare per due giorni aspettando che la troupe mettesse decine e decine di riflettori lungo le sponde del canale. Allora non esistevano ancora i famosi obiettivi Zeiss Hi Speed usati per il film "Shining" di Kubrick, per cui per girare di notte ci voleva molta luce. Un’altra difficoltà fu data dal voler girare a pelo d’acqua a bordo del barcone per riprendere in modo drammatico Sergio Mioni mentre veniva trascinato sull’acqua attaccato ad una cima a prua del barcone. I macchinisti hanno dovuto lavorare mezza giornata per costruire un’impalcatura a bordo del barcone dove potessero prendere posto la macchina da presa, l’operatore, l’assistente e il sottoscritto. Ovviamente ho dovuto girare prima tutte le scene in cui si vedeva in totale il barcone e poi far costruire l’impalcatura per girare le scene a pelo d’acqua e anche questo ha richiesto molto tempo. Un’altra difficoltà è stata creata dall’acqua gelida: eravamo mi pare ai primi di Marzo e il povero Sergio Mioni, dopo essere stato in acqua per pochi minuti, pur con una muta sotto l’impermeabile, doveva essere portato fuori quasi privo di sensi perché andava in ipotermia e doveva essere messo all’interno di una fabbrica del vetro (eravamo a Murano) dove per fortuna c’erano dei forni che andavano 24 h su 24. Una volta che aveva ripreso un po’ di calore si ricominciava a girare per qualche altro minuto. È stata una vera sofferenza, in quanto le riprese venivano continuamente interrotte. L’ultima difficoltà fu data dalla sollevazione popolare che voleva impedirci di girare, poiché l’alta velocità del motoscafo sollevava una forte risacca e vere e proprie onde, che rischiavano di sfasciare tutte le barchette ormeggiate lungo i lati del canale. Me la sono vista proprio brutta: ormai pensavo che tutta quella fatica andasse in fumo, ma per fortuna verso le tre / quattro di notte sono andati tutti a dormire e io ho potuto girare le ultime scene con il motoscafo come le avevo concepite.

L. R. : Anche in questo film c’è un chiaro omaggio a Hitchcock, nella scena finale del campanile.

A. B. : La scena del campanile non l’ho mai concepita come un omaggio ad Hitchcock , anche se a volte l’ho lasciato credere. Avevo sempre pensato che la morte del prete dovesse avvenire in quel modo: gettarsi dal campanile era l’unico modo per punirsi cercando una espiazione. La caduta simboleggiava quindi una discesa agli inferi, e il primo piano di Craig Hill a testa in giù che urla disperatamente rappresenta bene il suo precipitare verso l’inferno.

 

L. R. : Con i film successivi ha abbandonato il Giallo, ma negli ultimi tempi si è parlato di una sceneggiatura scritta da lei e Marisa Andalò intitolata “Il tarlo del male”. Ci può anticipare qualcosa e, soprattutto, c’è già una data di inizio delle riprese ? E’ un progetto in cantiere da diverso tempo. Quali sono stati i problemi di questo ritardo ?

A. B. : Per quanto riguarda “Il tarlo del male” è una cosa che si trascina ormai da quasi due anni: questo fa capire in che condizioni oggi versa il nostro cinema. Non è neppure colpa del produttore, che è un grande appassionato di film di genere ed è un mio fan, ma di tutta la rete distributiva con la quale è molto difficile riuscire ad ottenere dei contratti. Ad ogni modo il produttore crede molto in questo film e mi ha fatto un regolare contratto, per cui prima o poi si farà; spero nell’autunno del 2008 si possa iniziare a prepararlo, ma non dipende da me. Nel frattempo ho anche scritto sempre insieme a Marisa Andalò un altro soggetto per un film Horror intitolato “La croce insanguinata”: lo considero molto interessante e, a differenza de “Il tarlo del male”, ha un costo più basso per cui non è escluso che possa addirittura fare prima questo film che “Il tarlo del male”. Dopo l’uscita di miei due DVD ricevo molte mail da fans di tutto il mondo, si parla dei film in molti siti e forum e rilascio moltissime interviste sia video sia per Internet. È un bel momento per me sotto questo aspetto ed è aumentata la mia voglia di tornare al genere thriller.

L. R. : Il cinema di genere in Italia, nonostante nel mondo continui a riempire le tasche dei produttori, non trova né produttori né registi. Come mai secondo lei ?

A. B. : Il cinema di genere in Italia ha molta difficoltà ad imporsi perché i nostri produttori non hanno più quella cultura cinematografica di un tempo: guardano l’orticello davanti a casa e non guardano il mercato globale e preferiscono investire su commediole che non passeranno mai i confini del nostro paese. È una realtà penosa che ha penalizzato molti registi come il sottoscritto.

 

L. R. : Il digitale tuttavia ha permesso a molti giovani registi di farsi conoscere nel mondo underground italiano, ma nonostante ciò il tutto rimane abbastanza inascoltato: che opinione ha sul futuro del cinema digitale e che suggerimenti si sente di dare ai giovani registi thriller italiani ?

A. B. : Il digitale ha molti lati positivi ma anche molti negativi perché chiunque abbia una telecamera in mano si sente improvvisamente autorizzato a fare un film senza avere nessuna cognizione in merito e senza avere nessuna capacità di regia, anzi avendo la presunzione molto spesso di fare un’opera ambiziosa. Sicuramente non mancano giovani di talento, ma se devo attenermi ai pochi corti thriller che ho visto su Internet mi sembra che il livello sia poco incoraggiante. Non ho comunque una vasta cultura nel settore dei corti per cui non vorrei dare giudizi avventati. Il consiglio che posso dare è comunque di non scimmiottare i film professionali e cercare invece con il digitale di fare film più personali e sperimentare il linguaggio per imparare a fare cinema sul serio.

Intervista a cura di Lorenzo Ricciardi

 

 

FILMOGRAFIA REGISTA

1991 - BLUE TORNADO

1989 - AQUILE - Film Tv

1987 - MAK P 100

1984 - BARCAMENANDOCI

1978 - SOLAMENTE NERO

1977 - IL GATTO DAGLI OCCHI DI GIADA

 

Ringrazio il grande Antonio Bido per la sua gentilezza e disponibilità !

 

 

 

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