NACHO
CERDA' (1969, Spagna) Regista spagnolo. Si laurea negli Stati Uniti,
dove durante un corso cinematografico al college in California,
dirige insieme a 2 amici il suo primo cortometraggio, "The
Awakening", seguito quattro anni più tardi da
un altro corto, "Aftermath", basato sul tema della
necrofilia, che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Dopo
quattro altri anni termina la sua "Trilogia della Morte"
dirigendo "Genesis". Nel 2006 dirige il suo primo
lungometraggio intitolato "The Abandoned".
L.
R. : Com'è iniziata
questa tua passione per il cinema ?
N.
C. : Negli anni 70 mio zio mi mostrava spesso pellicole
Super 8. Era una grande opportunità per vedere un sacco
di roba, dai corti di Chaplin ai film di Paul Naschy. Un giorno
mi portò a vedere "Lo squalo" al cinema.
Avevo solamente sei anni, ma l'esperienza mi ha talmente segnato
da farmi sviluppare una persistente fascinazione per l'Horror.
Inoltre, c'era un cinema di repertorio lungo la strada, che
proiettava seconde visioni, come "I dieci comandamenti",
"Ben Hur", i fratelli Marx, roba di Charles Bronson...
E' stata la miglior scuola di cinema mai esistita. I miei
genitori mi mandavano lì da solo ogni fine ettimana
e ho visto grandi film per soli 10 centesimi ! Guardandomi
indietro, mi ritengo fortunato di essere cresciuto in un periodo
in cui vedere film a casa non era un'opzione facilmente accessibile.
Di lì in poi la mia mente è stata tormentata
da ricordi di film ed emozioni, in qualche modo li ripetevo
mentalmente più e più volte... E' stato importante
per imparare i fondamenti della narrazione cinematografica.
Vedevo la vita attraverso un'inquadratura, una lente, una
serie di riprese... Questo però mi isolava abbastanza,
anche perchè ho sempre odiato il calcio, quindi a scuola
avrei voluto incontrare persone strambe come me e parlare
di film. La mia famiglia poi non ha mai creduto in me, fino
a quando non ho mostrato in pubblico "Aftermath".
E anche dopo comunque, hanno sempre pensato che fossi completamente
pazzo !
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L.
R. : Il tuo primo cortometraggio è
stato "The awakening", realizzato durante un corso
cinematografico al college in California con 2 amici, Ethan
Jacobson e Francisco Stohr. Cosa ti ricordi di questo film
? Era un periodo fortunato per te ?
N.
C. : La scuola di Cinema all'USC (University
of Southern California) era un sogno diventato realtà.
Alcuni dei miei registi preferiti come Carpenter o Zemeckis
l'avevano frequentata negli anni 70 e questo ha significato
molto per me. Sulla strada per gli uffici amministrativi c'era
un'enorme costruzione con la scritta : "Steven Spielberg
- Scoring Stage"... Spielberg !!! Andai fuori di testa
! Era il responsabile della mia grande esperienza cinematografica.
E' successo nel 1990-91. "The Awakening" era il
nostro progetto finale, girato in 16mm in 2 giorni. Ethan,
Francisco ed io eravamo la troupe. Facemmo di tutto : sceneggiatura,
regia, luci, montaggio... persino gli attori ! Finii col recitare
la parte del professore mentre usavo l'esposimetro. Pura follia.
E' stato devastante e ci ha fatto capire quanto sia duro girare
un film. Quel senso di desolazione sul set non mi ha mai abbandonato.
La cosa divertente è che un anno dopo ho visto "Il
Signore del Male" di John Carpenter e... prova ad indovinare
? I titoli di apertura erano stati girati nella stessa aula
che noi avevamo usato come nostra ambientazione... Era un
segno del cielo... forse eravamo destinati ad essere dei registi,
dopo tutto !!!
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L.
R. : Il tuo secondo cortometraggio è
stato "Aftermath", il tuo film più famoso.
E' vero che prima di girare il film hai assistito a diverse
vere autopsie a Barcellona ?
N.
C. : Beh, non esattamente. Volevo che la sceneggiatura
fosse accurata sulle procedure di autopsia, perchè
era un soggetto spesso mal interpretato nei film. I coroner
erano solitamente ritratti mentre mangiavano sandwich e mentre
facevano battute pungenti sui cadaveri, facendo finta che
il loro lavoro fosse puro intrattenimento o addirittura divertente.
Quell'approccio nel film sarebbe stato completamente ridicolo.
Quindi, prima di scrivere la sceneggiatura, mi incontrai con
un patologo per imparare le procedure. Me ne uscii con un
questionario così estensivo, che mi disse : "Senti,
non vorresti vedermi al lavoro piuttosto ?". Il solo
pensiero mi fece correre un brivido lungo la schinea, ma se
stavo per fare un film sulla paura della morte, avevo bisogno
di confrontarmi con me stesso. Ed ecco com'è andata
: un martedì mattina, andammo alla sala per autopsie
situata nei sotterranei dell'ospedale di Barcellona e vedemmo
tre autopsie. Scribacchiai tutto su un taccuino, ogni dettaglio
e ogni strumento che usarono. E' stata la più bizarra
e orripilante esperienza della mia vita. Quello che si vede
sullo schermo è esattamente ciò che succede
lì sotto, eccetto la necrofilia, ovviamente ! La cosa
mi ha anche ispirato visivamente il film. Mentre quei corpi
venivano fatti a pezzi, non potevo resistere dall'interrogarmi
sulla loro anima, sulla loro vita passata, sui loro occhi
privi di vita... Dove era andato tutto ciò ? Per questo
motivo mentre giravo il film, ho tentato di soffermarmi sugli
aspetti umani dei corpi.
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L.
R. : Per il film hai realizzato uno storyboard
di 125 pagine, con 500 disegni. Lo fai normalmente per tutti
i tuoi film ? Preferisci avere tutto organizzato prima di
iniziare le riprese ?
N.
C. : Sì, ed è una quantità
enorme di lavoro ! L'ho fatto principalmente per la sezione
effetti speciali. Per disegnare i corpi, il DDT aveva bisogno
di vedere come li avrei ripresi, quali angolature e quali
lenti avrei usato alle cineprese. La maggior parte delle nostre
decisioni si sono basate su quegli appunti. Come regista,
è vero che se ci si attacca ad un'idea visiva preconcetta,
allora tutto diventa meccanico. Mi piace essere preparato,
ma bisogna conservare anche una mente aperta all'improvvisazione.
Dopo aver diretto il mio primo film, ho compreso che le migliori
scene vengono proprio dal set. Si guadagna in velocità
quando si fa un passo indietro per guardare l'azione e poi
sistemare di conseguenza la cinepresa. E disegnare è
un modo straordinario per conoscere il proprio film a fondo
e mi aiuta a rilassarmi sul set.

L.
R. : "Aftermath" ha una splendida
colonna sonora, "Requiem in D Minore" di Mozart,
e degli ottimi effetti speciali. Ed è, anche grazie
a questo, diventato presto una specie di "cult"
del cinema underground. Ti saresti mai aspettato un risultato
così sorprendente ?
N.
C. : Nemmeno in cento anni ! Ho girato il
film per la mia salute mentale, veramente, e ad essere onesti
questo riscontro positivo mi ha travolto. C'erano un sacco
di suggestioni che avevo bisogno di esternare e sono stato
estremamente felice di trovare persone con cui condividerle.
Si fanno sempre film per comunicare con il mondo esterno e
per me è una sorta di terapia collettiva, che mi aiuta
a comprendere la vita.
Per quanto riguarda la musica, uno dei miei produttori stava
ascoltando il Requiem di Mozart mentre scrivevo la sceneggiatura
e ha immediatamente catturato la mia attenzione. Quel bellissimo
tema ha ispirato l'intero processo, dalla sceneggiatura, al
montaggio e alla revisione. Sono impazzito quando ho appreso
che Mozart aveva lasciato il pezzo incompiuto perchè
era morto. Forse ci ha influenzati tutti dalla tomba !
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L.
R. : Il tuo terzo cortometraggio è
stato "Genesis", per me il migliore. Il film è
veramente triste e dolce allo stesso tempo. Sei d'accordo
? Tra i tuoi 3 corti qual è il tuo preferito ?
N.
C. : Ti ringrazio ! Ma davvero non saprei...
Ogni film ha significato cose completamente diverse per me.
E' come scegliere fra i tuoi migliori amici... Sono tutti
speciali, in modo o in un altro. Per me "Genesis"
ha comportato l'inizio della mia collaborazione con il direttore
della fotografia Xavi Gimenez, che è diventato cruciale
nei miei successivi lavori. E' una sorta di pellicola romantica,
che, a mio parere, è abbastanza simile ad "Aftermath".
Io tendo a trovare la stessa dolcezza in qualsiasi cosa, anche
nella violenza. Ecco perchè adoro i western di Sergio
Leone, è stato un maestro nel titare fuori la bellezza
dalla morte e dalla distruzione.
L.
R. : Questa tua famosa "Trilogy of
the Death" è praticamente incentrata sulla morte,
mostrata in tutti i suoi aspetti. Ma nella tua vita reale
cosa rappresenta per te la morte ? Ti spaventa ?
N.
C. : In passato ne ero più terrorizzato.
Quando cresci conta realmente godere la vita e ogni minuto
che ti resta. Ora scelgo di guardare al lato luminoso delle
cose, anche se in alcuni casi significa essere più
insensibile...
L.
R. : Il tuo ultimo film, primo lungometraggio,
è stato "The Abandoned", ancora inedito in
Italia. Ha avuto buone recensione in America. Parlaci un po'
di questo film.
N.
C. : E' una storia sull'ossessione e sull'autodistruzione.
Parla di una produttrice americana di nome Marie, che viaggia
in Russia dopo aver ereditato la fattoria dei suoi genitori.
Mentre scava nel suo passato, esso tornerà indietro
per distruggerla. Ancora una volta, è un po' come in
"Genesis" e su come si possa essere trascinati all'inferno
dal proprio passato. Lo descriverei più come un dramma-Horror.
Karim Hussain (regista di "Subconscious Cruelty")
ha scritto la sceneggiatura originale ispirata al film "Stalker"
di Tarkovskij. Quando l'ho letta ho pensato che l'approccio
russo ad un film Horror sarebbe stato molto interessante.