SERGIO STIVALETTI (15/03/1957,
Roma) Da sempre appassionato di cinema, il suo primo lavoro fu alla fine degli anni 70, quando Luciana Morosetti (sua cognata), costumista dei primi film di Pupi Avati, chiese a Sergio di realizzare alcuni oggetti di scena per “Jazz Band” (1979) e “Le Strelle nel Fosso” (1978). Dopo questi piccoli lavori Stivaletti collaborò nello studio di Angelo Mattei, con il quale collabora agli effetti speciali in vari film, tra cui “Murder Obsession” (1981) di Riccardo Freda. Dopo aver conosciuto Lamberto Bava, Sergio decide di mettere a frutto le esperienze accumulate e, dopo aver collaborato alla creazione del semplice materiale di scena per “I Cacciatori del Cobra d’Oro” (1982) di Antonio Margheriti, realizza delle riprese in stop motion di alcuni minuscoli vermi per “Assassino al Cimitero Etrusco” (1982) di Sergio Martino. Il suo lavoro lo mette in risalto nel panorama del make-up e degli effetti speciali più avanzati tanto che, viene chiamato, grazie all’interessamento dello scenografo Maurizio Garrone, a lavorare con Dario Argento per gli effetti speciali di “Phenomena” (1985). Stivaletti realizza il make-up del mostro protagonista del film, gli effetti di una putrescente testa decapitata e dello sciame di mosche che invade il college. Dopo l’ottimo successo di “Phenomena” la collaborazione tra Argento e Stivaletti prosegue in “Demoni” (1985) e "Demoni 2" (1986), con Lamberto Bava dietro la macchina da presa e Argento nel ruolo di produttore e sceneggiatore. Negli anni seguenti Stivaletti continua a lavorare insieme a Lamberto Bava per i suoi thriller: “Morirai a Mezzanotte” (1986) e “A Cena col Vampiro” (1987). Quando Dario Argento ritorna a dirigere uno dei suoi thriller, “Opera” (1987), affiderà ancora a lui la realizzazione di alcuni corvi meccanici e di altri effetti visivi. Una nuova sfida viene raccolta da Sergio con “La Chiesa” (1989), prodotto da Dario Argento inizialmente come ideale numero 3 di “Demoni” e diretto da Michele Soavi. Grazie ad un uso sapiente del make-up e a degli effetti piuttosto sofisticati (da manuale il demonio che si accoppia con la giovane protagonista sopra un altare sacrificale) il film risulta particolarmente indovinato. Successivamente Michele Soavi prepara un satanic-movie ispirato al mondo delle sette religiose: “La Setta” (1991), ancora prodotto e sceneggiato da Dario Argento dove Stivaletti realizza la “sindone assassina” ed altri effetti speciali ed animatronici. Lamberto Bava intanto inizia a girare i suoi tv movies fantasy per la televisione: i 5 capitoli di “Fantaghirò” (1991 – 1997), prodotti da Mediaset, si avvalgono tutti degli effetti speciali e delle creazioni di Stivaletti. Intanto i suoi lavori approdano su molti altri set: la poliedricità di Sergio, artista-artigiano, spazia dal cinema di genere ai tv-movies fino ai successi di critica e commerciali italiani come l’ultimo horror di Michele Soavi, quel “Dellamorte Dellamore” (1994) fatto di zombi e delitti in stile “Dylan Dog”, “Nirvana” (1996) di Gabriele Salvatores ed il sequel di “A Spasso nel Tempo” (1997) di Carlo Vanzina, con i dinosauri in stile “Jurassic Park”. Lavora ancora con Argento, che lo chiama ancora per lavorare insieme ne “La Sindrome di Stendhal” (1996), dove alcune visionarie sequenze vengono realizzate in computer graphic. Intanto nel 1996 muore improvvisamente Lucio Fulci, proprio mentre sta per iniziare, a sceneggiatura finita, la preparazione del remake di “La Maschera di Cera”. Dopo la sua dipartita Argento decise di affidarne la regia a Sergio Stivaletti che con Fulci doveva ricoprire il solo ruolo di effettista. Realizzato in poche settimane in alcuni locali adibiti a museo nel palazzo romano di Sergio e nel suo laboratorio di effetti speciali, "M.D.C. Maschera Di Cera" (1997) ebbe un discreto successo commerciale e di critica. Dopo “Il Fantasma dell’Opera” (1998), con la sua memorabile macchina ammazzatopi elogiata dalla critica, seguono nell'ordine: “Nonhosonno” (2000), “Streghe Verso Nord” (2001) di Giovanni Veronesi, per continuare con “Pinocchio” di Benigni, poi nuovamente con Argento per il “Cartaio”, fino ad arrivare alla sua seconda opera come regista “I 3 volti del terrore”, dove Sergio Stivaletti riesce ad unire il genere horror con quello Fantascientifico, utilizzando la riuscita formula del film horror ad episodi e richiamando quelle atmosfere tipiche dei film fantahorror vecchia maniera. Infine dopo altre collaborazioni sia nel campo cinematografico che in quello televisivo, si arriva al penultimo film di Dario Argento "La Terza Madre" (2007). Successivamente lavora al fianco del premio Oscar Carlo Rambaldi nella realizzazione degli effetti speciali del musical teatrale la "DivinaCommediaOpera", un lavoro molto impegnativo e innovativo. Nel 2008 è stato richiamato ancora da Dario Argento per realizzare gli effetti del suo ultimo film, "Giallo".
tratta da www.sergiostivaletti.com
L. R. : All’inizio della tua carriera hai lavorato in alcuni film di Pupi Avati. In cosa consisteva il tuo lavoro ?
S. S. : Successe questo. In alcuni film di Avati lavorava come costumista Luciana Morosetti, sorella di quella che all’epoca era la mia fidanzata (ora diventata mia moglie). I film avevano un piccolo budget, quindi lei era abituata a fare molto con poco. La casa di mia madre era piena di costumi d'epoca, e spesso Luciana veniva a girare tra le “cianfrusaglie” di casa, in cerca di qualche vestito particolare da utilizzare. Io già allora disegnavo, costruivo, ero molto abile con le mani. Ed ero già molto interessato al cinema. Una volta mi propose di fare i disegni sul set per un film di Pupi Avati, o anche di costruire degli strani oggetti, per esempio una piccola Torre Eiffel e una piccola banda di jazzisti, riprodotti con dei fiammiferi. Nessuno sul set era in grado di fare queste cose. E quindi venni incaricato io di realizzarli. Questi furono i miei primi effetti speciali, i miei primi props.
L. R. : Una delle tue prime esperienze da effettista fu insieme ad Angelo Mattei in “Murder Obsession” di Freda. Cosa ti ricordi di quel periodo e in particolare di quel film ?
S. S. : In quel periodo ebbi la fortuna di conoscere Lamberto Bava, che aveva di recente fatto l’aiuto regista in “Inferno” e aveva realizzato il suo primo film “Macabro”. In quel momento non stava lavorando su nessun film in particolare, nonostante ci fossero molti progetti del padre (il grande Mario Bava, ndr), anche molto interessanti, tra cui un film sugli gnomi, che non realizzò mai. La prima persona che mi presentò fu Angelo Mattei, conosciuto sul set di Dario Argento, che aveva realizzato i cadaveri putrefatti in “Inferno” e la famosa testa in “Macabro”. Era molto abile con la cera, quasi tutti i suoi effetti erano realizzati proprio con la cera.
In quel periodo Mattei era stato incaricato di fare gli effetti speciali per “Murder Obsession” di Freda. Così mi affidò la realizzazione di alcuni lavoretti. La cera che lui utilizzava andava bene esteticamente, ma nella pratica a volte dava dei problemi, perché era molto difficile da lavorare, da tagliare. Allora cominciai a fare qualche esperimento, gli consigliai anche di utilizzare dei materiali che lui era solito usare solo per fare degli stampi. Fu un periodo piacevole, che durò alcuni mesi, durante il quale Mattei mi insegnò diverse cose, molte tecniche che stanno dietro alla realizzazione degli effetti speciali.

L. R. : Successivamente lavorasti anche in “Assassinio al cimitero etrusco”…
S. S. : Prima di lavorare con Dario Argento ci fu un breve periodo in cui lavorai con Paolo Ricci e grazie a lui conobbi anche Antonello Geleng e Sergio Martino, perché realizzarono in quel periodo “Assassinio al cimitero etrusco”. In quel film realizzai, oltre a qualche effetto, dei veri e propri oggetti di scena. Feci un po’ di esperienza, apportando sempre, nel mio piccolo, qualcosa di innovativo, tra cui anche la mia prima sequenza in stop-motion, presente all’interno del film (la scena, in 16mm, in cui dei vermi vengono fuori da una fotografia). Ero molto appassionato di effetti ottici, ma non trovavo mai sufficienti occasioni per realizzarli. I miei primi esperimenti riguardavano infatti animazioni, stop-motion, movimenti di macchina, più che il make-up.

L. R. : Veniamo al tuo primo film veramente importante : “Phenomena”. Come andò ?
S. S. : Un giorno Maurizio Garrone, che aveva visto alcuni miei esperimenti, alcuni disegni e lavori che avevo fatto, mi chiamò per realizzare qualche effetto speciale per “Phenomena”. Inizialmente avrei dovuto solo realizzare dei cadaveri, ma durante le riunioni con Argento e Cozzi proposi anche qualcosa di diverso, tra cui il make-up del volto del mostro, che altrimenti sarebbe stato interpretato da una persona deforme. A questo proposito, nei miei studi di medicina studiai la Sindrome di Patau, una brutta malattia genetica che ha a che fare con le alterazioni dei cromosomi. Ovviamente lo resi un po' più cinematografico, modificai un po' il taglio degli occhi, ma tutte queste modifiche furono effettuate dopo averne parlato con Dario, che ne rimase affascinato.
Poi realizzai, insieme ad un’equipe di cui faceva parte Ferdinando Armati, anche alcuni effetti ottici, tra cui il famoso effetto delle mosche che assalgono il collegio. Inventai il famoso effetto del caffè che, disciolto in acqua, dava l’impressione proprio di un’enorme sciame di mosche. Passai giorni a cercare nei bar della zona caffè macinato, chiedendo i fondi che erano stati già sfruttati e puliti. Ci volle un’intera settimana per pulirlo tutto ! Riconosco a Luigi Cozzi, che aveva un’enorme esperienza di effetti ottici, di aver creduto a questa mia proposta e di aver fatto il supervisore, ma l’idea, e anche la realizzazione, è mia !

L. R. : Da quel momento in poi nacque una grande collaborazione con Dario Argento, che dura ancora adesso. Sei sempre stato in ottimi rapporti con lui ? E’ stato difficile lavorarci insieme ?
S. S. : E’ ovvio che in ogni tipo di rapporto, anche quello lavorativo, ci sono dei momenti di incomprensione, di difficoltà. Però posso dire che con Dario non ho mai avuto veri momenti di rottura. Ci sono stati dei momenti in cui, purtroppo, non ho potuto lavorare con lui nonostante avessi avuto tutte le garanzie che l’avrei fatto. Ad esempio, in “Trauma”. Inizialmente il film doveva essere girato in Italia, e io inventai, progettai insieme a lui la macchinetta per tagliare le teste, quella che si vede nel film (che è stata realizzata poi in America da Tom Savini), perché volevamo qualcosa di diverso dalla solita ascia o coltello. Originariamente questa macchinetta era stata da me progettata anche con un filo incandescente. Dopodichè il film prese un’altra piega e si decise di farlo in America. Sperai anche io di andarci, ma rimasi a Roma. E gli effetti per il film li fece Tom Savini. Per me è stata un po’ un’occasione mancata, perché sarebbe stato bello poter collaborare insieme a lui.
Ho avuto Dario anche come produttore, per “M.D.C.”, e avere un produttore/regista come lui sul set non è facile. Hai a che fare con il Maestro di questo genere !!!
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L. R. : Dopo “Phenomena” hai lavorato nei due “Demoni” di Lamberto Bava. In entrambi i film gli effetti speciali sono straordinari e ancora oggi risultano molto efficaci. In particolare, nel primo “Demoni” la realizzazione della trasformazione in diretta da uomo a demone è davvero eccezionale. Fu un effetto molto complesso ?
S. S. : Quando iniziai a leggere la storia di “Demoni” mi vennero subito in mente quei film, tipo “L’Ululato” e “Un lupo mannaro americano a Londra”, in cui ci sono delle trasformazioni (da uomo a lupo) geniali. Così proposi a Lamberto una trasformazione in diretta da uomo a demone. E lui accettò. L’effetto fu complesso, perché per me era la prima trasformazione notevolmente impegnativa, ma mi diede anche grande soddisfazione, sia per l’attenzione che c’era nei confronti dell’effetto, sia per il risultato ottenuto. Vedendoli oggi, pur riconoscendo ancora l’efficacia di certi lavori, tecnicamente mi sembrano delle sciocchezze o comunque li farei in modo diverso con l’esperienza che ho acquisito nel corso della mia carriera.
L. R. : In “Demoni 2” un’altra grande idea fu il mostriciattolo Menelik.
S. S. : Menelik è un’altra delle mie più grandi soddisfazioni. Era da tempo che volevo realizzare una creatura che si muovesse autonomamente, che non fosse indossata o guidata da un uomo. Già nel primo “Demoni”, avevo classificato insieme a Lamberto i demoni del 1°, del 2° e del 3° tipo. Il primo tipo riguardava gli uomini che erano stati aggrediti e che iniziavano a spellarsi e a rivelare la loro natura ; il secondo tipo riguardava i demoni già trasformati, dove la pelle del demone era già venuta fuori insieme alle zanne e ai denti aguzzi ; il terzo tipo riguardava il demone che riteneva l’ “involucro umano” ormai inutile e se ne liberava per diventare completamente autonomo. Ispirandomi al dipinto Tentazioni di Sant’Antonio disegnai questi mostriciattoli che si distaccavano completamente dalla figura umana già per il primo capitolo, ma poi vennero utilizzati maggiormente solo in “Demoni 2”, tra cui proprio Menelik.
Un altro effetto ben realizzato in questo film fu lo schermo di lattice del televisore dal quale fuoriesce il demone. Ancora adesso sembra computer graphic e invece era una tecnica artigianalissima. In quel periodo infatti non si utilizzavano effetti digitali, ma solo effetti ottici.

L. R. : Hai lavorato anche in “Spettri”, Horror poco conosciuto di Marcello Avallone. E’ vero che ci sono stati problemi sul set e con gli effetti speciali ?
S. S. : Problemi con gli effetti non ne ho avuti. E’ normale avere discussioni con i registi per certe inquadrature o per certi effetti. Ma succede in tutti i film. A me sinceramente su “Spettri” è piaciuto lavorare ma come in molti altri film avremmo potuto fare meglio…Ho realizzato il mostro, che in realtà era una grossa tuta indossata da un culturista e tutti sappiamo che una “creatura” è una cosa difficile sia da realizzare che da riprendere. Forse l’unica cosa che posso dire è proprio che non c’è stata una grande attenzione nei confronti di quest’effetto. Avallone dalla sua potrebbe dire : “Il mostro non mi piaceva e non l’ho girato..”, però , se l’avessimo girato, avremmo potuto dire poi, in fase di montaggio, se ci piaceva o meno. Io per quell’effetto ho fatto un grande lavoro : il calco di un attore, ho fatto una testa, il volto, diverse versioni… un lavoraccio. Da questo punto di vista, problemi di questo tipo non mancano mai, neanche in film con un grosso budget. Per quanto mi riguarda sono problemi di ordinaria amministrazione. Ho avuto discussioni e problemi ben più grandi in altri film, più che in questo…
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L. R. : Veniamo a “Dellamorte Dellamore”. In passato hai dichiarato di non esserne particolarmente soddisfatto. Perché ? Ci sono state incomprensioni con Soavi ?
S. S. : Con Michele siamo sempre stati in ottimi rapporti e gli sono anche riconoscente per avermi dato la possibilità di realizzare gli effetti in “Dellamorte Dellamore”.
Ho sempre detto che del film inizialmente mi aveva un po’ deluso la sceneggiatura perché non era una storia classica sugli zombi e per me come effettista, soprattutto in quel periodo, sarebbe stato importante cimentarmi in un film con dei morti viventi veri e propri. Per esempio, quando questi “ritornanti” venivano colpiti da un’arma da fuoco non venivano fuori i soliti liquami più o meno nerastri, tipici degli zombi, ma una sostanza asciutta, una sorta di polvere, il che poteva essere anche innovativo e interessante, però da un punto di vista dell’effettistica risultava molto più difficile e forse neanche tanto efficace. Invece Michele voleva soprattutto originalità, e mi trovava anche d’accordo, ma per gli effetti avrei preferito poter lavorare con cose più… “d’effetto”, appunto ! Durante la realizzazione del film, ebbi anche molti motivi di soddisfazione, tra cui la possibilità di creare i ritornanti pensando un make-up che ottenni con l’idea di intrecciare neli tessuti della pelle e dei muscoli, radici e arbusti.
Oggi infatti “Dellamorte Dellamore” viene considerato un film molto originale, e nonostante quei momenti di perplessità iniziale è uno dei film che sono più contento di aver fatto, proprio perché è un film che si discosta dai canoni classici del genere.

L. R. : Passiamo al tuo primo lavoro da regista, “M.D.C.”. Il film inizialmente doveva essere diretto da Fulci, poi venuto a mancare all’improvviso. Hai sentito per questo motivo il peso della responsabilità ?
S. S. : Dopo la scomparsa di Lucio la regia del film fu affidata a me, la responsabilità era tanta ma ho preferito fare un taglio netto con quello che sarebbe stato il film di Fulci, perché sarebbe stato un danno al film ma in particolare a Lucio, imitando il suo stile e le sue idee. Sarebbe stato stupido fare un film “alla Fulci” se non sei Fulci, perché il suo stile era inimitabile. Quindi ho dovuto prendere in mano il progetto e farlo completamente mio, anche se avrei voluto fare molte altre modifiche, semplificando anche il plot. La sua idea originale infatti era quella di fare un film ambientato nella Torino del 1900 con delle citazioni storiche importanti. Era molto bello e interessante, anche se difficile da realizzare. Nelle nostre chiaccherate parlai con Lucio proprio di questo, di modernizzare in qualche modo la storia e proposi anche questa macchina che trasformava gli uomini in statue di cera. E lui era d’accordo con me, eravamo molto in sintonia su questo.
Tutte queste modifiche però hanno generato anche molte polemiche, soprattutto tra coloro i quali il film non è piaciuto, perché non è quello che avrebbe voluto Fulci. Però del film alla fine io sono molto contento.

L. R. : Hai continuato poi a lavorare con Argento in diversi suoi film, “La Sindrome di Stendhal”, “Il Fantasma dell’Opera” e “Nonhosonno”.
S. S. : Quello è stato un periodo in cui ho avuto l’occasione di poter utilizzare contemporaneamente le tecniche tradizionali con gli effetti digitali. Il grosso lavoro è stato fatto soprattutto ne “La Sindrome di Stendhal”, dove ho realizzato i primi effetti digitali in Italia su pellicola 35mm per il grande schermo. Ho poi preseguito questo lavoro anche nel film successivo, ne “Il Fantasma dell’Opera” dove ho girato molte sequenze con un certo quantitativo di effetti digitali. Il coordinamento degli effetti digitali e di quelli tradizionali è proseguito anche in “Non ho sonno”. Alcune sequenze in questo film si sono avvalse di questa possibilità, tra cui la scena dell’esplosione della testa nella parte finale del film, che è una delle scene più complesse. Abbiamo girato la scena prima con la testa vera, poi con la testa finta che viene fatta esplodere, poi successivamente sono stati aggiunti diversi contributi : sangue, cervello… addirittura c’era un occhio, in un’altra versione di questa stessa inquadratura poi non apparsa nel film definitivo, che saltava con l’esplosione della testa e finiva sulla macchina da presa.
Sono state delle esperienze molte belle. Ho iniziato proprio con questi film a utilizzare il digitale, poi però purtroppo questo discorso non ha avuto uno sviluppo successivo come avrei immaginato e sperato, anche perché le produzioni successive di Dario non prevedevano, o prevedevano solo in parte, l’utilizzo del digitale. Ne “La Terza Madre” poi pensavo di poter dare un contributo addirittura maggiore dei film precedenti, con l’utilizzo di nuove tecniche, ma non ne ho avuto la possibilità. Dario ha scelto Lee Wilson per gli effetti digitali ; con lui aveva già lavorato in America negli episodi di MOH. Era comunque un lavoro molto difficile, soprattutto per i tempi ristretti che avrei avuto a disposizione, ma l’avrei fatto volentieri.
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L. R. : Hai lavorato anche nell’ultimo film di Argento, “La Terza Madre”. Il film ha ricevuto numerose critiche e non è stato molto apprezzato. Tu che ci hai lavorato, cosa puoi dirci a proposito ?
S. S. : Premetto che a cose fatte è facile parlarne, sedersi e fare qualsiasi tipo di commento. Detto questo, il film secondo me ha ottenuto parzialmente quello che avrebbe potuto e dovuto ottenere. Era un film complesso, difficile, con delle aspettative enormi. Se c’è qualche difetto forse è quello di aver voluto fare un film... “spiegato”. Personalmente , ma qui parlo da spettatore appassionato, avrei preferito un film più d’atmosfera, con meno storia. E’ un film che sente un po’ troppo l’influsso americano, cosa che non credo abbia giovato così tanto a Dario. Quello che era stato scritto su carta, sebbene molto interessante, credo fosse difficile da realizzare in un film di Dario ; il tema dei fantasmi, per esempio, è un argomento difficile da affrontare in un suo film.
Nei film di Dario gli elementi fantastici quando sono quasi sempe stati ripresi e ottenuti per “sottrazione”. Ad esempio in Suspiria la presenza invisibile della strega alla fine del film è ottenuta con un semplice bagliore di una sagoma luminosa e questo dà una forza notevole alle immagini.
Nei film americani di oggi la stessa immagine sarebbe stata probabilmente un effetto digitale che avrebbe mostrato tutto o quasi. Ovvio che chi volesse cimentarsi oggi in questo tipo di effetti in un suo film, dovrebbe fare i conti con l’evoluzione della tecnica ma semza snaturare l’estetica di Argento. Forse la presenza di un effettista americano del digitale ha un po deviato le iniziali intenzioni di Dario.
Considerando fosse il terzo capitolo di una trilogia composta da un certo tipo di film come “Suspiria” e “Inferno”, io avrei continuato su quella falsa riga estetica, facendo un film più misterioso, più d’atmosfera. C’è da dire comunque che sul film ho letto anche cattiverie gratuite, molto spesso esagerate. Ripeto comunque che è fin troppo facile parlare dopo che il film è stato già girato e finito.
L. R. : Nel 2004 hai realizzato il tuo secondo film, “I tre volti del terrore”. E’ stata la tua prima produzione. Com’è andata la lavorazione del film ? Sei soddisfatto del risultato ?
S. S. : E’ un film di cui sono particolarmente orgoglioso, perché è nato dal nulla. E’ la prima esperienza per me di questo tipo. Ovviamente considero “M.D.C.” un capisaldo, perché è il mio primo fillm in assoluto, però anche “I tre volti del terrore” è stato importante perché è stata la mia prima produzione. Come tutti i film a bassissimo costo è nato già con dei piccoli handicap, anche nella stesura del soggetto e della sceneggiatura, per esempio, si pensava una cosa ma se ne scriveva un’altra perché sapevamo che forse certe cose non avremmo mai potuto realizzarle. I tre episodi inizialmente dovevano far parte di una compilation di corti, quindi le modifiche e i rimaneggiamenti che abbiamo apportato in corsa sono stati numerosi. Ho fatto delle fatiche immani per realizzarlo, così come era già successo in “M.D.C.”, soprattutto perché i soldi non erano così tanti come si pensava o sperava. L’unico vantaggio è stato che i soldi però li potevo gestire da solo.
Alla fine è un film nostalgico, un esperimento, uno spettacolo ammiccante, una sorta di omaggio ad un cinema ormai scomparso, a film come “I tre volti della paura” di Bava e “Le cinque chiavi del terrore” di Francis. Un film molto coraggioso da questo punto di vista, perché non credo ci fosse un’altra persona così folle da fare un film del genere in quel momento… Molti giovani che l’hanno visto infatti pensavano di assistere all’ennesimo film “alla moda”, questo invece è un film completamente fuori dal tempo.
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L. R. : Hai avuto la fortuna di lavorare recentemente accanto ad un grande maestro come Carlo Rambaldi, nello spettacolo teatrale “La divina commedia”. Che esperienza è stata ?
S. S. : E’ stata un’esperienza fantastica ! Già solo il fatto di poter lavorare con Carlo Rambaldi, che è stato uno dei miei miti negli anni in cui ho cominciato a fare questo lavoro… Negli anni 80 infatti lui aveva già lavorato in America, in film come “Alien”, King Kong”, “E.T.”. Quindi, essere scelto da Carlo per realizzare insieme a lui questo progetto è stato un sogno…Sono stato molto orgoglioso. Per me è stata una bellissima esperienza aver collaborato con lui, un enorme piacere.
Già c’era una grande stima nei suoi confronti, ma posso dire di aver instaurato anche una bella amicizia. Ovviamente le nostre tecniche erano molto diverse, e non avendo mai lavorato con Carlo, sono stato “costretto” in un certo senso a reinventare la mia tecnica, che non è esattamente quella che avrebbe usato lui. E lui da questo punto di vista è stato molto rispettoso, mi ha lasciato carta bianca per certi aspetti. Avevamo inoltre poco tempo per realizzare certi lavori. Io avevo da poco visto in America lo spettacolo “Walking with Dinosaurs” dove dei dinosauri camminano in mezzo alle persone, ci ero andato apposta perché avevo capito che il Grifone de “La Divina Commedia” sarebbe stato realizzato in quel modo. Quindi mi sono documentato, ho capito come avevano ottenuto quei risultati, ci abbiamo lavorato e alla fine ci siamo riusciti. Lo spettacolo infatti sta andando molto bene, tra l’altro c’è anche il produttore che vuole fare un film sulla Divina Commedia, quindi incrociamo le dita e speriamo che si faccia…
Il fatto di lavorare in teatro è stata un’esperienza completamente nuova, diversa dal solito. Tutt’altri problemi, tutt’altre difficoltà da gestire. Quindi è stato entusiasmante anche da questo punto di vista. E’ stata una sfida. Fare un grifone che va sulla scena, che sale su un palco, che si gira e apre le ali era un incubo solo pensarlo, ma una volta realizzato è stata una grande soddisfazione !
L. R. : Da un paio d’anni si parla di “Italian Masters of Horror”, ma il progetto tarda a partire. E’ stato definitivamente abbandonato ?
S. S. : Che io sappia no. Lamberto mi dice che il progetto sta andando avanti. Ci sono quattro film, il nostro si chiama “The Building”, lo dirigerò io personalmente. Parla di un edificio nei sotterranei del quale succedono strane cose. Io mi auguro che si faccia. Capisco che qualche difficoltà c’è, ma non so di che natura. E’ molto tempo ormai che stiamo aspettando.
Il mio è un film più d’atmosfera, ho cercato volutamente di non coinvolgere più di tanto gli effetti speciali. E’ un po’ ispirato ad un film folle, strano come “L’inquilino del terzo piano” di Polanski, più che a certi film asiatici, tipo “The eye”, di cui non sono particolarmente amante.

L. R. : Altri progetti futuri ?
S. S. : Oltre a “Italian Masters of Horror” ho un altro progetto attualmente, che è quasi in dirittura d’arrivo. E’ un film di fantascienza e si chiama “Titan”. E’ una grande sfida fare un film di fantascienza in Italia, soprattutto in questo periodo. Lo gireremo nelle Filippine. Lo abbiamo scritto con Antonio Tentori, e ora stiamo riscrivendo l’ennesima versione della sceneggiatura, perché dobbiamo rivedere alcune cose. Si tratta di un film difficile, di non facile realizzazione, soprattutto per il budget, non così alto, anche perché ci saranno molte scene nello spazio, su altri pianeti e un’ambientazione terrestre nella giungla.
Ci saranno effetti di un certo livello, soprattutto per quanto riguarda il digitale, che sarà coinvolto come in Italia non viene mai fatto. Sia per poter supportare gli effetti tradizionali, sia per sopperire a volte ai limiti di quelli tradizionali. Se ci sono i mezzi, soprattutto in un film come questo, è il momento di utilizzare anche il digitale.
Durante l’estate dovrebbe iniziare la produzione, speriamo bene… Poi ci sono anche altri progetti, altre idee, parecchie cose che bollono in pentola quest’anno…