Cerca nel sito Cerca nel web

powered by FreeFind

 

SPECIALE SU ANTONIO MARGHERITI (19 Settembre 1930 - 4 Novembre 2002)

A 5 anni esatti dalla sua triste scomparsa, il sito "Hell of the Living Dead", con l'aiuto del figlio Edoardo, vuole omaggiare il grande Maestro con questo speciale. Una splendida carriera cinematografica, oltre che una magnifica persona. Antonio Margheriti è considerato come uno dei più affermati registi di film di genere italiani. Durante la sua lunga carriera (quasi 40 anni e più di 50 film) ha affrontato tutti i generi : avventuroso, spaghetti-western, giallo, guerra, ma soprattutto horror e fantascienza.

Grazie alla voce di chi ha avuto la fortuna di collaborare con lui, con questo speciale vogliamo scoprire e approfondire la sua carriera cinematografica e la sua passione smisurata per il cinema.

 

 

BIOGRAFIA

Antonio Margheriti, romano de Roma, arrivato giovanissimo a Cinecittà con un carretto di nuove idee, nasce il 19 settembre 1930. Dopo un esordio fatto di interessanti cortometraggi, Margheriti incontra il regista Turi Vasile, al quale propone alcune sceneggiature da lui scritte ("Classe di ferro" e "Gambe d'oro", per esempio), che riscontrano il favore dello stesso, preludio all'esordio come regista vero, proprio con il genere da lui prediletto: la fantascienza. E' il 1960 quando Anthony Daisies (questo lo pseudonimo scelto per il mercato americano) firma "Space Men", film che ottiene un discreto successo di pubblico ed un visto per l'America, girato con un budget complessivo di meno di 50 milioni. Il film venne realizzato in tempi record, (meno di 20 giorni), e con pochissimi soldi, ma il risultato fu sorprendente. La Titanus lo vendette subito in tutto il mondo. Il film era una commistione di vari generi, un Fanta-Western-Avventuroso condito anche da una storia d'amore che nasce sull'astronave. Il film, seppure realizzato con mezzi modestissimi, fu un grande successo, e subito dopo gli venne offerto di fare un altro film fantascientifico, sempre scritto con Ennio De Concini e prodotto da Turi Vasile, questa volta associato alla Lux Film: "Il pianeta degli uomini spenti" (1961) con più soldi e attori migliori, tra cui Claude Rains, caratterista all'epoca molto conosciuto. Un altro successo, sia in Italia che all'estero. La carriera di Antonio era ormai avviata, e non si sarebbe più fermata per oltre trent'anni. Con questo film Margheriti assume lo pseudonimo che lo accompagnerà per il resto della carriera: Anthony M. Dawson.

La mancanza di budget adeguati alle produzioni desiderate spinge Margheriti, a sviluppare un'incredibile fantasia, della quale farà tesoro negli anni seguenti, e grazie alla quale ottiene un contratto, con le relative grandi possibilità, dalla Titanus, per "L'arciere delle mille e una notte", suo primo grande hit. Fu la prima produzione americana realizzata da Antonio e stavolta con un grosso budget a disposizione. Il successo ottenuto gli permette di dedicarsi anche all'orrore, genere che grazie a Freda e Bava sta assumendo una sempre maggiore importanza, firmando alcuni dei più notevoli esempi di quel genere amatissimo all'estero e, come sempre, meno in Italia.

Nel 1963, dopo le esperienze con la Fantascienza, il Peplum, e il Fantasy, viene offerto ad Antonio di cimentarsi con un altro genere cinematografico, molto in voga in quegli anni, l'Horror-Gotico. Il suo amico regista Sergio Corbucci, per cui aveva fatto alcuni trucchi in passato, gli passa un film che era stato scritto per lui, ma che non poteva fare a causa di altri impegni. Era una storia scritta da Bruno Corbucci e Giovanni Grimaldi, e aveva come interprete Barbara Steele, icona assoluta di quel genere cinematografico e che aveva appena finito "La Maschera del Demonio" per la regia di Mario Bava. Il problema è che il film andava fatto subito, quasi senza preparazione, a causa dei contratti di distribuzione esistenti e per poter sfruttare, prima che venissero smontate, le scenografie de: "Il Monaco di Monza" un film proprio di Sergio Corbucci con Totò. Antonio lesse subito il copione, forse uno dei migliori che gli capitò mai tra le mani, ed accettò l'offerta, realizzando quello che a detta di tutti rimane il suo capolavoro: "Danza Macabra" (1963). Il film venne girato in sole due settimane, utilizzando tre o quattro macchine da presa, e correndo da un set all'altro, senza dare un attimo di riposo nemmeno agli attori, e nonostante tutto venne un capolavoro.

 

 

Nello stesso anno dirige poi un altro film di grande successo, "La Vergine di Norimberga", un Thriller-Gotivo, con la sceneggiatura di Ernesto Gastaldi con Christopher Lee, che racconta la storia di una donna, Mary, giovane moglie americana di Max Hunter, che giunge per la prima volta sul Reno, al castello nobiliare della famiglia del marito. La stessa notte del suo arrivo scopre con orrore il corpo martoriato di una giovane cameriera, rinchiuso nell'antico strumento di tortura denominato la "Vergine di Norimberga". I nervi della giovane donna vengono messi ancora a dura prova dalla scoperta di un secondo cadavere femminile e dall'apparizione di un misterioso incappucciato, che si autodefinisce il "Giustiziere". L'assassinio di 2 servitori non solo portano Mary sulla soglia della pazzia, ma radicano in lei il sospetto della identità tra il misterioso giustiziere e Max.

Nel 1964 è la volta di un altro capolavoro gotico, "I Lunghi Capelli della Morte", con ancora Barbara Steele come protagonista. Antonio decide di riutilizzare il bianco e nero, nel tentativo di bissare il successo di "Danza Macabra". Il soggetto e la sceneggiatura sono ancora una volta di Ernesto Gastaldi. La storia racconta della figlia di una strega ingiustamente condannata torna dalla tomba per sedurre e far impazzire Kurt, il signorotto che aveva fatto uccidere sua madre.

Nel 1967 è la volta di "Nude si Muore", un ottimo giallo, che si svolge in un collegio femminile nel sud della Francia, dove avvengono una serie di sparizioni e morti violente. L'atmosfera del film è variegata da differenti situazioni: momenti di suspance si alternano a scene sentimentali o divertenti con le indagini della giovane protagonista, il tutto alternato a inquadrature cupe e tenebrose nei sotterranei del collegio o nella dependance del giardiniere. Il 1965 è l'anno del ritorno alla fantascienza, con quattro titoli realizzati per la Mercury Film International e destinati appunto al mercato televisivo americano, film girati in sequenza, con stesso cast e stessi tecnici. Alla fine degli anni sessanta, decise di tentare anche la strada della produzione e fonda una sua società: la Edo Cinematografica, (usando l'abbreviazione del nome del figlio Edoardo) con la quale co-produce uno dei suoi migliori film: "Contronatura" (1969), interessante combinazione di giallo e Horror, che ricevette dalla censura un divieto ai minori di 18 anni, per le forti scene erotiche a sfondo lesbico che impregnano tutto il film, alternandosi alla macabra seduta spiritica.

Nel 1971 ottiene la possibilità di effettuare un remake di un suo film, "Nella stretta morsa del ragno", che altro non è che una versione moderna di "Danza macabra", con un Klaus Kinski mattatore nella parte di Edgar Allan Poe. L'idea non fu sua, ma di Giovanni Addessi, produttore anche del primo film, convinto che un remake a colori, con un budget molto superiore, ed attori più noti sul mercato internazionale, gli avrebbe garantito un grosso successo. E così fu. Antonio non ebbe nemmeno il tempo di riadattare la sceneggiatura salvo per la sequenza iniziale, infatti alcuni ritmi di ripresa e molti dialoghi del film sono identici all'originale.

 

 

Nel 1973 dirige "La Morte negli Occhi del Gatto", altro thriller, genere molto in voga in quegli anni, grazie anche ai successi di Dario Argento, Lucio Fulci e Umberto Lenzi. La trama racconta di un ignoto omicida che, sfruttando una leggenda di vampiri e maledizioni, cerca di far fuori tutti gli eredi convenuti in un castello. Nel 1980 dirige poi "Cannibal Apocalypse", uno dei suoi film più conosciuti. Venne girato ad Atlanta, negli Stati Uniti, con Giovanni Lombardo Radice, John Saxon e Tony King, per la sceneggiatura di Dardano Sacchetti. Antonio rimase molto sorpreso dal successo e dall'interesse dimostrato nei confronti di questo film, che non era uno dei suoi preferiti, poiché lo reputava troppo truculento. Infatti Antonio non amava ostentare sangue, ferite lacere o scene raccapriccianti, tutte cose di cui questo film era pieno, preferiva invece l'uso degli effetti speciali tesi a creare atmosfere tese e paurose, ma senza far vedere molto.

Agli inizi degli anni 80 Margheriti girò 12 film nell'arco di 10 anni delle Filippine, in assoluto il paese dove ha lavorato meglio e di più che nel resto del mondo. Il primo fu "L'Ultimo Cacciatore", film sulla guerra del Vietnam, realizzato poco dopo che Francis Ford Coppola vi aveva girato "Apocalypse Now". Sceneggiato da Dardano Sacchetti e con l'attore protagonista David Warbeck, che lavorò con Margheriti in altri 5 film, il film ebbe un grande successo di vendite e di pubblico, confermando la grande abilità ed esperienza di Antonio Margheriti anche in un genere in cui non aveva ancora avuto modo di cimentarsi, il film di Guerra, non solo fatto di battaglie e scene d'azione, ma anche fortemente drammatico e psicologico.

Sempre nelle Filippine gira anche i 2 "Indio", un progetto pensato, scritto e prodotto da Filiberto Bandini, che con la sua società, la RPA International, mette a disposizione di Antonio un grosso budget ed un cast internazionale, sia artistico che tecnico, da film americano. Il risultato è uno straordinario esempio di fusione e coesione tra il genere avventuroso e il film "denuncia" di uno dei mali della nostra attuale società: la sistematica distruzione delle foreste amazzoniche. Nel 1989 è la volta di "Alien degli Abissi", ultimo film fantascientifico di Margheriti a tinte Horror e sfondo ecologista. Il tema preferito è sempre quello della Terra in pericolo, ma questa volta ad opera degli stessi abitanti del pianeta, che gettando scorie radioattive e nucleari all'interno di un vulcano in attività, non solo attirano una creatura aliena mostruosa ed aggressiva, ma scatenano anche la furia della natura rischiando l'autodistruzione.

Il suo ultimo film fu nel 1996, "Virtual Weapon", il suo lavoro meno visto e peggio distribuito. In questo film la contaminazione tra i generi è molto esplicita: comincia come un poliziottesco d'azione per poi trasformarsi in una commedia fantasy a sfondo ipertecnologico. Era un progetto inizialmente pensato e scritto da Bruno Corbucci, autore della sceneggiatura che è stata poi rivista e modificata in America da Ferdie Pacheco. Le riprese sono state realizzate interamente a Miami in Florida, salvo le consuete sequenze di modellini e trucchi che per tradizione giravamo a Roma. Nel cast, Terence Hill.

Si spegne il 4 Novembre del 2002.

 

 

 

FILMOGRAFIA

  • 1956 - PRESENTIMENTO (Co-Sceneggiatura)
  • 1957 - CLASSE DI FERRO (Soggetto e Sceneggiatura)
  • 1958 - GAMBE D'ORO (Soggetto e Sceneggiatura)
  • 1958 - PROMESSE DI MARINAIO (Soggetto e Sceneggiatura)
  • 1959 - ROULOTTE E ROULETTE (Soggetto e Sceneggiatura)
  • 1960 - SOLITUDINE (Co-Sceneggiatura)
  • 1960 - SPACE MEN (Regia)
  • 1961 - IL PIANETA DEGLI UOMINI SPENTI (Regia)
  • 1962 - L'ARCIERE DELLE MILLE E UNA NOTTE (Regia)
  • 1963 - DANZA MACABRA (Regia)
  • 1963 - IL CROLLO DI ROMA (Regia)
  • 1963 - LA VERGINE DI NORIMBERGA (Regia)
  • 1964 - ANTHAR, L'INVINCIBILE (Regia)
  • 1964 - IL PELO NEL MONDO (Co-Regia)
  • 1964 - URSUS, IL TERRORE DEI KIRGHISI (Regia)
  • 1964 - I GIGANTI DI ROMA (Regia)
  • 1964 - I LUNGHI CAPELLI DELLA MORTE (Regia)
  • 1965 - I CRIMINALI DELLA GALASSIA (Regia)
  • 1965 - I DIAFANOIDI VENGONO DA MARTE (Regia)
  • 1965 - IL PIANETA ERRANTE (Regia)
  • 1965 - LA MORTE VIENE DAL PIANETA AYTIN (Regia)
  • 1966 - A077, SFIDA AI KILLERS (Regia)
  • 1966 - OPERAZIONE GOLDMAN (Regia)
  • 1967 - JOE L'IMPLACABILE (Regia)
  • 1967 - NUDE SI MUORE (Regia)
  • 1968 - IO TI AMO (Regia)
  • 1968 - JOKO, INVOCA DIO... E MUORI (Regia)
  • 1969 - CONTRONATURA (Regia)
  • 1969 - E DIO DISSE A CAINO... (Regia)

 

 

 

  • 1970 - L'INAFFERRABILE, INVINCIBILE, MR. INVISIBILE (Regia)
  • 1971 - NELLA STRETTA MORSA DEL RAGNO (Regia)
  • 1972 - NOVELLE GALEOTTE D'AMORE (Regia)
  • 1972 - FINALMENTE... LE MILLE E UNA NOTTE (Regia)
  • 1973 - LA MORTE NEGLI OCCHI DEL GATTO (Regia)
  • 1973 - MING, RAGAZZI ! (Regia)
  • 1974 - MANONE IL LADRONE (Regia)
  • 1974 - WHISKEY E FANTASMI (Regia)
  • 1974 - LA' DOVE NON BATTE IL SOLE (Regia)
  • 1975 - IL MOSTRO E' IN TAVOLA, BARONE FRANKENSTEIN (Regia)
  • 1975 - DRACULA CERCA SANGUE DI VERGINE E... MORI' DI SETE ! (Regia)
  • 1975 - LA PAROLA DI UN FUORILEGGE... E' LEGGE ! (Regia)
  • 1976 - CON LA RABBIA AGLI OCCHI (Regia)
  • 1977 - CONTRORAPINA (Regia)
  • 1977 - KILLER FISH - L'AGGUATO SUL FONDO (Regia)
  • 1980 - CANNIBAL APOCALYPSE (Regia)
  • 1980 - L'ULTIMO CACCIATORE (Regia)
  • 1981 - CAR CRASH (Regia)
  • 1981 - FUGA DALL'ARCIPELAGO MALEDETTO (Regia)
  • 1982 - I CACCIATORI DEL COBRA D'ORO (Regia)
  • 1983 - IL MONDO DI YOR (Regia)
  • 1983 - TORNADO (Regia)
  • 1984 - ARCOBALENO SELVAGGIO (Regia)
  • 1984 - I SOPRAVVISSUTI DELLA CITTA' MORTA (Regia)
  • 1985 - LA LEGGENDA DEL RUBINO MALESE (Regia)
  • 1985 - COMMANDO LEOPARD (Regia)
  • 1986 - L'ISOLA DEL TESORO (Regia)
  • 1987 - IL TRIANGOLO DELLA PAURA (Regia)
  • 1988 - INDIO (Regia)
  • 1988 - ALIEN DEGLI ABISSI (Regia)
  • 1990 - INDIO 2 (Regia)
  • 1992 - GENGHIS KHAN (Co-Regia)
  • 1996 - VIRTUAL WEAPON (Regia)

 

 

 

 

 

INTERVISTA AD ANTONIO MARGHERITI - di Federico Caddeo

Incontrai Antonio Margheriti nel 2002, credo fosse marzo.
A Roma, presso l'Università La Sapienza, si teneva un dibattito sul cinema italiano al quale partecipavano, tra gli altri, anche Michele Soavi, Claudio Simonetti, Sergio Stivaletti, Ernesto Gastaldi, Luigi Cozzi...
Fu tutto molto interessante e piacevole, ne conservo davvero un buon ricordo.
All'epoca gestivo un sito che andava molto forte: si chiamava HorrorCult, probabilmente qualcuno lo ricorda ancora. Era un periodo in cui iniziavo a fare le mie prime interviste, era soltanto un hobby, non pensavo che col tempo sarebbe diventato il mio lavoro.
Quella volta il mio obiettivo era quello di intervistare Margheriti, ero andato a Roma portandomi il registratore e i miei appunti. Speravo di poter realizzare un'intervista sulla sua carriera per poi pubblicarla sulle pagine del mio sito.
Alla fine del dibattito riuscii ad avvicinare Margheriti e la cosa che più mi colpì fu che lui si interessava me. Mi chiese chi ero, da dove venivo, cosa studiavo... È una cosa che non ho mai scordato, una gentilezza sincera, disinteressata, reale. Gli chiesi se era disposto a rilasciarmi un breve intervista per il sito e lui accettò volentieri anche se restammo d'accordo che l'intervista vera e propria l'avremmo fatta con più calma per telefono. Purtroppo non riuscimmo a trovare un buon momento per tutti e due e alla fine fu troppo tardi. È un rammarico che ho ancora oggi…
Registrammo comunque una breve intervista preliminare, tanto per avere un ricordo di quell'incontro. Quella che state per leggere è la trascrizione della nostra breve conversazione.

Rimasi davvero molto male alla notizia della sua scomparsa, non me l'aspettavo. Ho avuto poco tempo per conoscerlo, e la cosa mi dispiace tanto. Oltre ai suoi film mi è rimasta la sua gentilezza, così rassicurante da mettermi a mio agio dopo che stavo con lui da pochi secondi. Un'altra cosa che ricordo con piacere è la sua sorpresa quando gli dissi che da ragazzino avevo visto "Il Pianeta Degli Uomini Spenti" e ne rimasi folgorato. Gli raccontai che si trattava del primo film di fantascienza che avevo visto in vita mia e che mi ricordavo perfettamente il momento. Lui era stupito dal fatto che io conoscessi quel film (nonostante si trattasse di un grande classico) e mi disse: "Ero un ragazzo quando l'ho fatto..." con una voce serenamente malinconica.
C'è poi un'altra cosa che ricordo di lui: le sue mani. Mani grandi, mani da lavoratore. Le guardai con emozione perché sapevo che da quelle mani erano nate tante creazioni geniali, i suoi celebri modellini, i suoi impareggiabili trucchi...
Fu un onore potergliele stringere.

F. C. : Lei è conosciuto soprattutto con il suo pseudonimo Anthony M. Dawson. Ho letto che questo "Dawson" è una storpiatura di "Daisies" (Margherite), che era quasi una traduzione inglese del suo cognome. Mi sbaglio?

A. M. : No, è proprio così ma, a dire il vero, io all'inizio avevo scelto proprio Anthony Daisies come pseudonimo ma poi lo "storpiai" in Dawson perché Anthony Daisies era ambiguo. Suonava un po' come "Anthony che va a cogliere le margherite" (ride ndr) e allora, per evitare strani sottintesi omosessuali, scelsi Dawson. Comunque, se fosse dipeso da me, non avrei cambiato nome, fu una scelta dettata dal mercato perché quando feci "Space Men" i produttori mi dissero che il film non poteva funzionare con nome italiano come il mio, bisognava americanizzarmi (ride ndr).

F. C. : Beh, credo che di Lei si possa dire di tutto ma non certo che sia americanizzato!

A. M. : Figurati!!! Io americanizzato? Macché (ride ndr)! A me non piacciono le esagerazioni degli americani quando fanno la fantascienza! Anzi, mi sono spiegato male, non è che non mi piacciono, è solo che non sono cose che fanno per me, io lavoro diversamente.

F. C. : Allora sicuramente è anche per questo che ha detto no a Kubrick per realizzare "2001 - Odissea Nello Spazio"...

A. M. : No, adesso non esageriamo! Non è che io abbia detto di no a Stanley, chiariamo bene le cose! È vero che però fui chiamato dal presidente della Metro Goldwin Mayer per dare una consulenza sugli effetti speciali del film. Questo perché avevo fatto alcuni film di fantascienza che erano piaciuti là in America proprio per gli effetti che avevo realizzato.

F. C. : D'accordo, però Lei ha rifiutato questa collaborazione...

A. M. : Si, l'ho rifiutata perché non era un lavoro che faceva per me. Se avessi accettato di lavorare su "2001" avrei dovuto passarci mesi e mesi e per me questo è inconcepibile, io i film li faccio in poco tempo, sono uno che lavora sodo e in fretta! (ride, ndr)
E poi, te lo dico molto francamente, non so quanto i miei effetti avrebbero potuto funzionare su un film del genere. "2001" era una produzione estremamente diversa da quelle per cui ero solito lavorare e nelle quali mi trovavo a mio agio.

F. C. : Ma non si è pentito di aver rifiutato?

A. M. : No, non me ne sono pentito, è andata così, pace. Così come non sono pentito di aver rifiutato di fare "King Kong" con De Laurentiis, a me piace lavorare diversamente.

F. C. : Sempre parlando di Kubrick, crede che la marea di sangue che si vede in "Shining" sia in qualche modo "parente" di quella che Lei aveva fatto nel 1965 per "I Criminali della Galassia"?

A. M. : Mah... Non lo so, può darsi. E comunque se Kubrick mi ha citato può solo farmi piacere!

F. C. : C'è anche un altro film dove viene citata questa sequenza: "Punto Di Non Ritorno", di Paul Anderson, dove si vede praticamente la stessa scena in un'astronave.

A. M. : Ahò, e che te devo dì? So' bravo, me citano in tanti! (ride, ndr)

F. C. : L'idea di fare un remake di "Danza Macabra" è stata Sua?

A. M. : No no no! Sono sempre i produttori che hanno queste idee strane (ride ndr)! Io non ci avrei proprio pensato! È stato il produttore a propormi di rifarlo con attori più importanti.

F. C. : Ma Lei è soddisfatto di "Nella Stretta Morsa del Ragno"? A me piace, lo trovo un film riuscito ma mi scuserà se Le dico che trovo che "Danza Macabra" fosse molto più suggestivo.

A. M. : Vabbeh, te scuso (ride, ndr)... Anch'io penso che "Danza Macabra" fosse più bello. In "Nella Stretta Morsa del Ragno" c'è quel sangue rosso che proprio non mi piace. È invadente, quasi volgare. Però il film non è male, anche se non ha la bella atmosfera di "Danza Macabra"...

F. C. : ...e non ha neanche Barbara Steele!

A. M. : Si, però ha un bel Klaus Kinski!

F. C. : Già, in quel film è davvero strepitoso! Lei ci ha lavorato spesso assieme. Conferma il fatto che fosse un tipo dal carattere "difficile"? Luigi Cozzi (ma non è certo il solo) lo definisce intrattabile e addirittura pericoloso!

A. M. : Era un grandissimo attore, questo diciamolo prima di tutto. È però vero che spesso e volentieri era davvero difficile da gestire ma io ce la facevo, forse perché anch'io sono un duro (ride, ndr)!

F. C. : Quando i suoi film passano in tv le capita mai di riguardarli?

A. M. : Quando passano sì, ma non è che li trasmettano molto spesso. Ma poi c'è una cosa che non sopporto...

F. C. : ...sono sicuro di sapere a cosa si riferisce, ho sentito che se ne lamentava qualche tempo fa. Non sopporta quando un film in cinemascope viene trasmesso in fullscreen, vero?

A. M. : E te credo! È davvero una cosa assurda, è una grave mancanza di rispetto nei confronti di chi ha fatto il film e di chi lo guarda.

 

 

RICORDI...

- Che ricordo ha dell'uomo Antonio Margheriti? Com'era in privato ?

Ernesto Gastaldi : Antonio era un uomo sensibile che si difendeva dalla vita con l'intelligenza dell'ironia. Negli ultimi tempi quando ci si incontrava lui fingeva di non riconoscermi e schioccava le dita dicendomi" Tu sei... tu sei.... accidenti, come si chiama quella malattia...", poi ci si abbracciava. L'ultimo incontro l'abbiamo avuto per una conferenza tenuta all'Università La Sapienza, dove io scherzosamente gli dissi che noi scrittori eravamo Shakespeare e loro registi dei semplici "mettitori in scena". Antonio rise e mi fece notare come spesso lui fosse anche autore dei testi dei suoi film. Infatti Margheriti era autore a tutto tondo e curava le sue opere dal soggetto all'ultimo missaggio.

Dardano Sacchetti : Non ho mai frequentato Antonio al di fuori del rapporto professionale. Non ho idea di come fosse in privato, però... con Antonio ho conosciuto anche Edoardo. Quindi ho avuto la possibilità di vederlo padre e compagno di suo figlio che muoveva i primi passi. Antonio l'ho immaginato come un padre attento, sensibile, non severo ma neanche distratto o permissivo. Diciamo un maestro, ma senza l'enfasi di chi vuole insegnare. Antonio era, a mio avviso, riservato, discreto, quasi schivo, in un certo senso un gentleman all'antica, di quelli scomparsi da tempo. Sempre gentile, attento, cortese, mai una parola fuori posto, educato anche nelle richieste, non approfittava del potere che gli dava il ruolo di regista ma aveva il carisma sia per imporre le sue idee, sia per ottenere attenzione e rispetto senza mai doverlo chiedere. Aveva attenzioni per la moglie, lo so da come ne parlava. Altro non saprei dire.

Ruggero Deodato : Antonio, era un regista speciale, nel privato si comportava differentemente dagli altri registi, un signore cortese e ospitale, senza invidie per qualcuno, non parlava mai male dei suoi colleghi ed era sempre pronto ad aiutare i giovani, me compreso. Quasi ogni domenica andavo al suo casale sull'Appia Antica con la mia compagna che lui chiamava "Guarda chi c'è" un appellativo legato alla gelosia della mia ragazza che mi faceva spesso sorprese sul set. Al casale grandi mangiate e bevute insieme ai suoi amici molto spesso estranei al suo lavoro.

Giovanni Lombardo Radice : Nonostante l'espressione sia desueta e possa essere considerata classista, la prima cosa che direi di Antonio è che era un gran signore, nel senso più vero e più profondo del termine, cioè a dire senza nessun riferimento alla classe sociale di provenienza (che per altro ignoro quale fosse). Era un signore nell'animo, prima che nei modi, che comunque erano squisiti. Non dimenticherò mai che, sull'aereo che ci riportava in Europa da Atlanta, dove avevamo girato il corpo centrale di "Cannibal Apocalypse", quando gli dissi che mi piaceva la sua cravatta, se la tolse e me la regalò. Io sono stato sempre sensibile al fascino delle figure paterne e Antonio era decisamente un Padre con la maiuscola. Autorevole, ma non autoritario. Affettuoso senza bisogno di essere espansivo. Ce ne fossero..... Inoltre era molto spiritoso (altra qualità che per me è molto importante). Molti registi della sua generazione lo erano, ma spesso con una vena egogentrica e narcisistica. Raccontare un aneddoto per esserne protagonisti, dicendo troppi "io". Antonio no. Era un gran raccontatore e gli piaceva divertire le persone con cui parlava. Così era anche Duccio Tessari, insieme ad Antonio il regista che, umanamente, ho amato di più. Tutti e due avevano quella rara dote che non so riassumere se non con un termine anglosassone, non traducibile in italiano nella sua essenzialità: "understatement". Erano "alti" e volavano basso, come tutti i grandi uomini che ho conosciuto, in qualunque campo. E sono felice che il rapporto fra me e lui si sia mantenuto, anche se saltuario, fino alla fine. Delle belle telefonate, progetti che poi non si sono realizzati. Ma non ci siamo persi di vista.

 

- Sul set invece com'era ? Ha qualche aneddoto da raccontare ?

Giovanni Lombardo Radice : Ne avrei tanti, ma ne scelgo uno, perché è un bellissimo ricordo, qualcosa di "buttato lì", come faceva Antonio, con "understatement" appunto, che rinsaldò la mia autostima professionale che, nonostante l'apparente sicurezza che può trasparire dai miei film giovanili, non era alta. Giravamo (a Madrid), la scena dell'uscita di Bukowski dall'ospedale psichiatrico. La sua prima "licenza", come dire. Il permesso di andare fuori per un giorno e poi rientrare. Andavamo un po' di fretta perché la location non era comoda, un posto che aveva a che vedere con i militari credo, non potevamo starci molto tempo. E, in un primo piano, io cercavo di rendere con lo sguardo il fatto che Bukovski nasconde qualcosa, che ha, rispetto a quell'uscita, delle aspettative "malate", ma al tempo stesso non bisognava eccedere per non rovinare la sorpresa dello scoppio di follia al cinema. E qualcuno della troupe, davvero non ricordo chi, mi ha corretto per un qualcosa, una posizione o uno sguardo, in tono molto sbrigativo. E Antonio, sorridendo, ha detto: "Scusa, questo sta facendo una cosa che neanche De Niro e tu lo scocci per una scemenza?". Non so se la frase fosse proprio questa, ma il senso sì. E in questo modo di fare un complimento c'era tutto lui. Il tono lieve, lo humour, la leggerezza. Io non ricordo grande differenza fra l'Antonio privato e l'Antonio sul set. Era lui. Era sicuro di quello che faceva, lasciava molto spazio alla creatività degli attori, era sempre gentile. Sapeva scherzare, ma anche stringere i tempi e far galoppare tutti. Un grandissimo professionista, umanamente molto attento agli umori del set. Che era il suo mondo e che doveva essere un vero set di cinema: gente che lavora, spicciativa e concreta. Poche chiacchiere, molto risolvere. Infatti, quando poi girammo "L'Isola Del Tesoro", negli studi Rai e con la troupe sindacalizzata, Antonio l'ho visto infelice. Mascherava e anche molto bene, ma si capiva che quel mondo non gli somigliava. Come non somigliava a me del resto. Una volta eravamo tutti bloccati perché non c'era il ciacchista. Tutto un gruppo: Quinn, Warbeck, Leroy, io e altri. Ad aspettare come dei cretini. Io non dovevo fare quasi niente in quella scena e a un certo punto mi sono spazientito e ho detto: "Scusate, ma non lo posso battere io il ciak ? Lo batto e poi me lo nascondo dietro la schiena. E Antonio mi ha guardato con un indimenticabile sorriso di mesto divertimento, mormorando qualcosa tipo: "E che vuoi far scoppiare uno sciopero generale?". Incredibile che fosse, le leggi sindacali Rai prevedevano che nessuno potesse battere quei due pezzi di legno se non l'addetto ufficiale. Come poteva sentirsi a suo agio uno come Antonio in uno stupidaio del genere?

Ruggero Deodato : Sul set non riuscivo mai ad arrivare prima di lui, ed invece di sgridarmi mi illustrava tutta la preparazione della giornata e spesso trovavo carrello o macchine da presa già nelle posizioni, pronte per girare.

Dardano Sacchetti : Non sono mai stato su un set di Antonio anche se in realtà mi sarebbe piaciuto vederlo girare. Quando l'ho conosciuto io, lui andava a girare i film nelle Filippine. In pratica non sapevo nulla di quello che accadeva. Era più Edoardo che, qualche volta, mi raccontava soprattutto degli effetti speciali, quelli che giravano nel loro "mitico" laboratorio di cui ho sempre sentito parlare ma non ho mai visto. Si favoleggiava che Antonio avesse un treno (i modelli di Cassandra cross credo) un ponte ad arcate ed un elicottero telecomandato.

Ernesto Gastaldi : Sul set io non ero uso andare. C'era tanto lavoro in quegli anni e finito di scrivere un film già si stava lavorando a un altro. Mi ricordo un pomeriggio con lui e Anthony Quinn, Margheriti stava girando "L'isola del tesoro" in chiave di science fiction e io stavo per iniziare "Stradivari" con appunto Anthony Quinn. Margheriti curava molto scenografie ed effetti speciali in cui era maestro, un po' meno forse gli attori, ma certo Anthony Quinn non aveva bisogno di essere diretto.

 

- Ha avuto la fortuna di lavorare con Margheriti in alcuni dei suoi film. A distanza di tanti anni come considera questi lavori ?

Ernesto Gastaldi : Il primo su "I Giagnti di Roma", non fu solo il mio primo film con Antonio, ma fu il mio primo come sceneggiatore ufficiale. Come "negro" avevo già scritto molti copioni, ma quando Luciano Martino esordì nella produzione fu proprio con "I Giganti di Roma" e mi fece scrivere il copione. A quei tempi, per i film commericali, gli sceneggiatori non collaboravano coi registi. Scrivevano le loro storie per i produttori, venivano pagati e si occupavano delle prossime. Con Anbtonio invece non fu così: ci incontrammo molte volte e discutemmo anche i dettagli tecnici: c'erano delle enormi catapulte da costruire (il film era sullo schema de "I cannoni di Navarone" ma ambientato nella Gallie di Giulio Cesare) e gli ambienti. Degli altri tre ("I Lunghi Capelli della Morte", "A077 Sfida ai Killers", "Operazione Goldman", ndr) film ho ricordi più sbiaditi.

Dardano Sacchetti : Due buoni film ("Cannibal Apocalypse" e "L'Ultimo Cacciatore", ndr), per non dire degli ottimi film nel loro genere. Apocalypse è diventato una specie di cult (lo sanno tutti che Tarantino, che ama l'opera di Antonio, ha apprezzato questo film). Antonio era molto rispettoso del lavoro dello sceneggiatore (come tutti i registi di quegli anni). All'inizio ebbe dei dubbi sulla sceneggiatura di Apocalypse. Non lo convinceva molto la storia del cannibalismo, ma invece di rifiutarla cercò di capirla fino a farla sua e a girare con grande rispetto la sceneggiatura. Veniva a casa mia tutte le mattine. Si metteva in un angolo in silenzio e aspettava che io sfornassi le pagine, poi le leggeva con molta attenzione. Fu con lui che appresi l'uso della colla e delle forbici. tagliava via pezzi di sceneggiatura che rincollava qualche pagina prima o dopo. In pratica faceva una sorta di montaggio cartaceo. Si divertiva molto e, cosa straordinaria, non si sporcava. Era sempre in giacca e cravatta e non l'ho mai visto disordinato.

Ruggero Deodato : Alla mia prima chiamata come regista, mi sono immediatamente consultato con Antonio e lui a dimostrazione della stima che nutriva per me mi offrì di fare da coproduttore e fece un contratto a due dei più importanti sceneggiatori del momento, Franco Solinas e Giorgio Arlorio per aiutarmi a ricavare una buona storia. Partimmo per l'Etiopia e l'Eritrea io, Franco e Giorgio a spese del buon Antonio, restammo in quei posti meravigliosi per due mesi, abbiamo avuto un mare di avventure visitando in lungo e largo i due paesi, dalle isole Dallac alle depressioni di Dallol, le chiese copte di Lalibela, il Nilo azzurro e in visita all'Imperatore Ailè Salassiè(spero si scriva così), ma ohimè non scrivemmo nulla ed del film non se ne fece nulla.

Giovanni Lombardo Radice : In modo molto diverso da come lo valutai all'epoca. Quando lessi la sceneggiatura e anche mentre giravamo, non riuscivo ad andare oltre il fatto (che mi pare quasi incontestabile) che l'idea di base, il cannibalismo come malattia virale che si espande a macchia d'olio, fosse patentemente assurda e un po' ridicola. E in più c'era la mia nota repulsione per il sangue e la violenza. Negli ultimi tempi il film l'ho rivisto almeno due o tre volte in dvd, per prepararmi a rispondere a interviste e devo dire che ho avuto sensazioni molto diverse, anche favorito dal fatto che, oramai, rivedo il me stesso dell'epoca come un'altra persona. E' una sensazione buffa. Mi valuto quasi come se valutassi un giovane attore di oggi a me sconosciuto. E devo dire che, effettivamente, è il film di quel genere in cui mi trovo più bravo. Il personaggio, che di per sé, comunque, mi piaceva anche all'epoca, è forte, molto ben disegnato, con parecchie sfumature e delle notazioni molto attuali, per esempio nel modo con cui sono disegnati i personaggi della ragazza vicina di casa e del fratellino (e il piccolo Venantini prometteva decisamente bene, davvero bravo). Il film ha un che di psicologicamente acuto e anche molto attuale. Perfino il cannibalismo virale, alla fine, se visto come metafora socio-politica non è poi così assurdo. E tutto questo è sicuramente merito della regia di Antonio. In mano ad un altro regista il film sarebbe diventato una barzelletta horror. Invece prende. Ci si identifica nel personaggio di Saxon e tutto il finale è decisamente bello, esce dal genere e va a raccontare una tragedia coniugale. E poi ci sono le note diciamo umoristiche, quasi alla Hitchcock. Un buon film.

 

- E' d'accordo con chi considera Margheriti "uno dei più grandi registi di film di genere italiani" ? Secondo lei qual è stato il contributo di Margheriti alla crescita e allo sviluppo del cinema di genere Italiano ? Con quale film ha raggiunto l'apice della sua carriera ?

Claudio Fragasso : Antonio Margheriti è uno dei grandi tecnici, maestri del nostro cinema... In Italia ci sono personaggi come Bava e Margheriti, dei veri artigiani che riuscivano a fare cinema in maniera molto diversa da come viene realizzato oggi. Loro riuscivano a completare un film dalla a alla z. Erano dentro la storia, seguivano la sceneggiatura, seguivano la regia dato che erano loro stessi registi, seguivano il montaggio perché erano montatori, realizzavano loro gli effetti speciali, garantivano una sorta di dimensione artigiana che secondo me è stata la chiave di un certo cinema italiano anche negli anni ‘30 e ‘40. Poi tutto questo è ricominciato subito dopo il neorealismo negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 e dato che producevamo tanti film capitava che venissero fuori personaggi di questo genere. Margheriti mi ha insegnato la composizione dell’effettistica e quella del film nel suo insieme. Lui realizzava dei modellini eccezionali ma non era assolutamente specializzato solo in quello. Certo, è stato riconosciuto come un grande artigiano per quello che riguarda gli effetti (l’esplosione del treno in “Giù La Testa” di Sergio Leone è una sua creazione, tanto per dirne una), ma era capace di affrontare un film dall’inizio alla fine in maniera composita. Adesso è impossibile farlo mentre lui a quei tempi riusciva a fare un film che nei suoi 90/100 minuti aveva almeno 6 o 7 scene di grande importanza nonostante il budget ridotto. Riusciva a far vendere il film a livello internazionale ed era davvero una persona che da sola riusciva a comporre il film facendolo sembrare ricco. Ed è un concetto ancora attuale perché solo chi ha esperienza riesce a fare un film con un qualcosa in più che nessun altro può dare.

Ernesto Gastaldi : Certo che sì. Il grande cinema commerciale era la spina dorsale dell'industria e io mi irrito quando sento pretenziosi registi (di solito più presidenti di associazioni che veri registi) sottovalutare questo. I film di Antonio, di Bava, di Freda e di tanti altri portavano all'Italia prestigio e valuta pregiatra. Noi vendevamo in 130 Paesi a scatola chiusa e il merito era del cinema commerciale, poi veniva anche il lustro di capolavori d'arte, ma solo se si producono centinaia di film all'anno si può sperare anche in un cinema di qualità. Non saprei dire con quale film Margheriti abbia raggiunto l'apice della sua carriera: io l'ho vista all'apice per almeno un paio di decenni, che hanno coinciso con la meravigliosa stagione del nostro cinema, oggi mortificato e distrutto da politiche televisive e legislative sbagliate.

Dardano Sacchetti : Si, soprattutto perchè ci credeva e, rispetto agli altri, non aveva una visione "domestica" ma allargava i suoi orizzonti, aveva un concetto internazionale del cinema e, infatti, parlava inglese. Oltretutto era uomo di buone letture classiche. Negli anni settanta la grande spinta alla crescita del cinema di genere è stata data da tre registi sostanzialmente: Margheriti, Argento e Leone. Il guaio è che non hanno avuto eredi, finiti loro è finito il cinema di genere italiano. C'è più di un film che spicca al di sopra della media e in generi diversi, infatti sarebbe più giusto esaminare l'opera di Antonio nel suo insieme che solo attraverso un singolo film.

Ruggero Deodato : Non ricordo molto della sua filmografia, per me l'unico film che mi piacque all'epoca era "Danza Macabra" e sempre a mio giudizio penso sia il suo miglior lavoro. Ho lavorato con molti registi dell'epoca come aiuto regista e non sono molto d'accordo con chi considera Margheriti uno dei più grandi registi di genere, purtroppo Antonio era molto considerato allora dai produttori statunitensi i quali gli proponevano sceneggiature non buone e Dawson era costretto a girarle. In quell'epoca erano migliori le proposte italiane, avevamo dei buoni soggettisti-sceneggiatori. Resta comunque che è stato il migliore realizzatore di film per gli effetti e i modellini.